Doctor Who Italian Fan Club

DWOT

La regolare rubrica il cui acronimo sta ovviamente per…

A cura di Six

2020

2019

Ciao a tutti e bentornati a DWOT: Don’t Watch it On Tv

Oggi è un triste giorno per gli whovian italiani. Oggi diciamo addio a Doctor Who su Netflix. Press F to pay respect.

La questione è: perché? Cioè, intendiamoci, Netflix è stracolma di programmi interessanti, ma il valore di produzione e la qualità di Doctor Who è difficilmente paragonabile ad altri prodotti a sua disposizione. Sì, no, Stranger Things è bello, eh, ma a un certo punto il fattore nostalgia comincia a venire a meno e ci si rende conto che gli anni ottanta non erano tutti rose e fiori. Black Mirror è probabilmente il miglior prodotto di fantascienza del decennio, almeno su piccolo schermo, ma è innegabile che, proprio passando a Netflix, abbia avuto un calo di qualità. A Series of Unfortunate Events, Sex Education, la serie dei Defenders… non è possibile fare un paragone giusto tra tutte le serie e Doctor Who, soprattutto visto che questa pagina è un medium di parte, ma una cosa che è sicura è che la nostra serie tocca più settori di qualsiasi altra, mischiando dramma, fantascienza, fantasia, avventura, azione, comico, storico e slice of life.

La semplice premessa che il Dottore inizi una puntata uscendo fuori dal TARDIS e ripartendo verso un’altra location completamente diversa toglie qualsiasi vincolo in fatto di storytelling, potendo cambiare letteralmente qualsiasi cosa, eccetto quanti viaggiano dentro al TARDIS. Questo significa che le varie storie che vengono prese non sono portate avanti in base a un arco narrativo, ma puramente in base alla loro qualità… o almeno così dovrebbe essere, ma alcune stagioni mi hanno fatto venire qualche dubbio. In ogni caso, vuoi che il Dottore faccia una storia che faccia commuovere sulla vita di Van Gogh? Certo, nessun problema. Vuoi che il Dottore usi il filmato di Armstrong che atterrra sulla Luna per scacciare degli alieni dalla Terra? Prego, avanti! Poi un arco narrativo si può inserire dopo, basta mettere due Easter Egg e rivedere i dialoghi per essere adeguati.

Quindi perché eliminare Doctor Who da Netflix? La risposta semplice immagino sia che non gli conveniva più. Mi auguro che la RAI risponda in fretta con un on demand decente, sarebbe un buon motivo per pagare il canone, piuttosto che doverlo vedere come una tassa per quell’elettrodomestico che sta scomparendo dalle case, quello lì che sembra un quadro che si muove o una scatola impolverata con dentro piccoli omini che si muovono, come si chiama? Televisione.

Tuttavia, vedo anche una ragione secondaria: perché, su Netflix, Doctor Who non può attecchire come merita e questo è a sua volta perché, in Italia, ci sono unicamente le stagioni dalla 5 alla 10.
Chi comincia una serie TV dalla quinta stagione, al giorno d’oggi?! Nessuno, ma è un peccato: è un ottimo punto da dove iniziare.

Il che è effettivamente contrario alle “sacre regole dello whovianesimo”, che recita, come nono comandamento: “never skip nine” e, per estensione, nemmeno dieci, che può sembrare paradossale, ma dobbiamo considerare che in USA è andata così per molti, catturati dal fare più esuberante del dottore di Matt Smith e dalla pesante campagna pubblicitaria portata avanti da Stewie Dewie Moffat e dal suo mega cervello ultramassiccio. A proposito, notizie da Dracula, il prossimo show a cui partecipa con il suo mini-me Gatiss? Oh, iniziate le riprese, arriva a fine 2019.

Su Netflix. Grr…

Va beh, dicevo: se si abbandona per un minuto il sacro dogma, la serie 5 è un ottimo momento per cominciare. Nuovo Dottore, nuovi companion, la narrativa precedente è completamente abbandonata, con l’unica eccezione di River Song, ma non sembra importare in tempi brevi. A voler essere pignoli, anche il Maestro e Gallifrey giocano un minimo di ruolo nella cosa, ma sarei davvero entusiasta se The End of Time finisse nel dimenticatoio della storia. Maestro cannibale, ma cos’è, un film canadese?! Ma comunque, la narrativa è interamente nuova, il tema del Dottore è completamente rivisto (che visto l’eterogeneo percorso del decimo, era anche un obbligo) e abbiamo il Dottore che compie un percorso di crescita regolare.

Undici sembra un pagliaccio, ma ha un lato estremamente oscuro e ha sempre un piano nascosto per riuscire a spuntarla a scapito delle condizioni sfavorevoli, ma, con il tempo, arriva a essere corroso da quanto lo circonda, a non sopportare il prezzo da pagare per le occasionali sconfitte e lì incontra Clara (a chi interessa, rifarò la sua funzione narrativa come ultimo Sane Men in a Box molto presto), portandolo verso un nuovo arco. Poi arriviamo a Capaldi e lì diventa ancora più incentrato sulla crescita del personaggio.

Con questo non voglio dire che “chi se ne frega delle 4 stagioni prima”. Quella sarebbe blasfemia: le prime 4 stagioni hanno alcuni dei momenti migliori di tutta la produzione, specie quella perla che è la prima, ma è anche innegabile quanto sia iconico il decimo dottore e che, senza il contributo della meravigliosa recitazione di Tennant, lo show avrebbe avuto molte più difficoltà. Però sapete chi era un altro ottimo attore ad aver interpretato il Dottore? Hartnell. E Troughton è stato quello che ha saputo riconquistare il pubblico disorientato al suo ritiro. E Pertwee ha tenuto in piedi la serie con un taglio mostruoso di budget. E Tom Baker è passato alla leggenda. E Mr Patata ha parlato in uno studio. E non toccatemi Colin che è il MIO Dottore (duh). E, quando volevano chiudere la serie con l’ultima stagione, McCoy è stato talmente forte da farli continuare altri due anni.

“Eh, ma io ho capito che ci è la classica, ma non posso mica guardarla che manco so l’inglese e poi devo aspettare che la rimandino su Twitch, non sono mica un pirata e i dividì sono cari”

No, no, no, lo capisco. Non ti voglio dire di guardare la classica: onestamente, fallo come e quando vuoi, con mezzi tuoi e poi torna che ne discutiamo. Da persona razionale ti dico che molte parti della classica non reggono assolutamente il test del tempo. Ti voglio solo dire che la quinta stagione è una nuova prima stagione, al pari di come la prima stagione della nuova lo è stata. Ma purtroppo, tutto questo, psicologicamente non regge. Perché, dopo “Doctor Who – stagione” c’è un numero che ne scoraggia la visione. E, ironia della sorte, quel numero è proprio il peggior numero di tutti.

Il 5.

2017

Per DWOT (Over Thinking) parliamo di Cybermen e dell’oro… o meglio, vi riproponiamo l’articolo inviato all’esposizione “Primo Levi: Fantascienza?” che aprirà domenica alla biblioteca Archimede di Settimo Torinese (per dettagli). Di fronte al dilemma di dover legare Doctor Who alla chimica, dopo aver deciso di non adoperare l’epidermide ricca di carbonati dei Raxacolicofallapatoriani, ho optato per parlare di Cybermen. Questa è una mia personale teoria che cerca di spiegare la debolezza dei cyborg mondasiani al biondo metallo. Se non sapete di cosa stia parlando (nella serie nuova è solo presente un breve accenno alla questione in “Nightmare in Silver”), saltate al minuto 1:45 di questo video del canale ufficiale.

Per chi non ha cliccato sul link youtube, la scena mostra il Dottore che attacca un cyberman “grattuggiandoci” contro la grata sul petto (modernemente rimpiazzata dal logo cybus o da quello che di sicuro non è un reattore Ark…) la spilla di Adric (companion). Ora, posto che suddetta spilla proviene dallo Spazio E, grattuggiare l’oro non è certo pratica quotidiana: per essere un metallo l’oro è abbastanza duttile allo stato puro, più dell’acciaio (e quindi di qualsiasi lega siano composti i cyberman), ma decisamente meno… del parmigiano! Com’è quindi possibile un effetto del genere? La mia ipotesi in merito è che, più che uomini di argento, siano uomini di… argento vivo. Che è il nome antico del mercurio. Di qui rimando all’articolo:

“Una delle caratteristiche principali di Doctor Who è come il Dottore si trovi spesso a combattere nemici alieni che le normali armi non sono in grado di sconfiggere. Esemplare è il caso dei Cyberman, esseri umani in origine, divenuti cyborg per sopravvivere: dotati di grande forza e in grado di resistere incolumi a proiettili corazzati, l’arma usata dal Dottore è proprio… la chimica! I Cyberman sono infatti molto deboli all’oro metallico, che sembra sfaldarsi al contatto con le loro parti più esposte: questo è probabilmente dovuto alla presenza di mercurio nei loro sistemi. Mentre l’oro è chimicamente inerte con la maggior parte delle sostanze, tende infatti a sciogliersi all’interno del mercurio liquido, con cui forma una lega -o, più propriamente, un’amalgama-. In questa reazione i metalli non ionizzano, ma gli atomi tendono a mescolarsi insieme. Maggiore è la quantità di oro nel mercurio, maggiore la sua viscosità, al punto da soffocare i cybermen. Del resto serve proprio l’oro, per battere gli uomini d’argento!”

Non ho voluto dilungarmi in questa descrizione perché sarà parte marginale della mostra (cosa che non si potrà certo dire dell’armatura da cyberman costruita dal nostro Brig, che vedrete esposta), ma avere un sistema “circolatorio” di mercurio ha un perfetto senso logico per una razza come i cybermen: il metallo liquido è infatti estremamente versatile, divenendo un fluido a bassa viscosità utile per i sistemi idraulici con un alto punto di ebollizione, un discreto conduttore elettrico e tende a non reagire chimicamente… se non proprio con l’oro! O con altri metalli più comuni come il magnesio, ma nessuna teoria può essere perfetta.

Volendo essere più precisi, il mercurio non sarebbe potuto sicuramente essere usato nei primi periodi dai cybermen, perché, mente Mondas era alla deriva nello spazio, la temperatura mondasiana sarebbe scesa sotto al punto di congelamento, ma bisogna ammettere che non sarebbe che uno tra i mille punti interrogativi di come abbiano fatto a sopravvivere i mondasiani in quelle condizioni estreme. La mia teoria? Scambio di tecnologia con gli Ice Warriors. Ma questa è tutta un’altra storia…

Che ve ne pare? Può essere un simpatico spunto di discussione per una materia che non a tutti appassiona (a me sì!) come la chimica? O avrei dovuto parlare di Slitheens e acido acetico?!

Questo DWOT (Over Thinking) è dedicato al mio migliore amico e al rumore che fanno i dadi quando rotolano.

Doctor Who, la nuova serie, parla di lutto. Ci presenta il Dottore di Eccleston come un uomo tormentato, non solo dalla morte del proprio popolo, ma anche dalla responsabilità di esserne stato l’artefice. Dolore e colpa. Peccato e lutto.

Come ti riprendi da qualcosa del genere? La risposta è molto semplice: non lo fai. I dolori dello spirito non sono troppo diversi da quelli della carne. Ci sono ferite che si rimarginano, altre che lasciano cicatrici indelebili e altre irreparabili, come perdere un braccio o una gamba.

Come possa essere vestire i panni dell’ultimo individuo della tua specie non lo posso nemmeno immaginare. Tutto il tuo mondo. Però ho visto su altri l’effetto che credo faccia, perché li ho visti perdere il centro del loro.

Il nono dottore è un morto che cammina. Non nutre speranze o sogni. Finché non incontra Rose, perché, come dirà in un’altra incarnazione, la vita è fatta di cose belle e cose brutte e le une non cancellano le altre. È grazie a lei che riscopre l’universo e come sia meraviglioso per qualcuno vederlo per la prima volta.

Ovviamente il Dottore può viaggiare nel tempo. Questo è importante, perché potremmo pensare che permetterebbe di rivedere persone perse o, nel caso del Dottore, tornare su Gallifrey prima della guerra. La serie classica già risponde che una delle leggi dei signori del Tempo è che non possano andare nel passato di Gallifrey, ma una risposta più emotiva ce la da “Father’s Day”, che mostra le conseguenze di una cosa del genere. Mostra come, anche se lo potessimo fare, non potremmo far altro che comportarci come fantasmi.

Non è un caso che, occasionalmente, la serie mostri un parallelismo tra tempo e spazio e vita e morte, ognuno con le proprie leggi separate.

Però, per quanto quello che è perso non si possa più rimettere insieme, viaggiando con Rose scopre di poter vedere l’universo attraverso i suoi occhi, per i quali tutto è nuovo e strabiliante.

Questo ha un senso neurologico: la risposta del cervello al lutto è spesso chiudersi in una spirale di depressione apatica; forse è un meccanismo di difesa per impedire di soffrire troppo, ma è anche un impedimento al recupero a lungo termine, come evitare di muovere un muscolo operato che necessita di fisioterapia.

Per finire, il Dottore si ritrova, paradossalmente, a dover fare nuovamente la stessa scelta: tirare una leva e uccidere tutti i dalek e tutti gli umani della Terra. Due genocidi con un unico gesto. Quando il Dottore decide di non ripetere l’errore (presunto), ma di essere codardo, arriva Rose che, oltre a salvare la situazione, gli mostra che può ancora trovare qualcuno che veda il mondo con i suoi stessi occhi.

Non è una soluzione definitiva, come è giusto che non sia. Presa nel contesto del lutto è un mero palliativo, ma di per sé è un evento straordinario. Alcuni di noi sono abituati a definirsi disillusi, ma se il Dottore ha ottenuto questo è perché si è messo in gioco.

La rigenerazione del nono avviene proprio in questo momento, dopo che si è chiuso questo ciclo. Mi piace identificarlo con la fase della rabbia dell’elaborazione del lutto, ma presenta nel piccolo tutte le fasi vere e proprie nella sola stagione. È un peccato, certo, non avere più stagioni di Eccleston, ma la sua storia si completa perfettamente. Nella sua decisione e nella meraviglia il nono dottore rinasce, ironicamente pochi secondi prima di rigenerare anche fisicamente.

Perché un morto che cammina, può tornare in vita. Perché esistono le delusioni, ma esistono anche i miracoli.

Riguardo quello che è perso e non tornerà, mi rendo conto che possa sembrare poco, dannatamente poco, ma ha lasciato qualcosa in noi e in quel qualcosa continua a vivere. Perciò, vivaddio che c’è stato!

Ciao a tutti e bentornati a DWOT, ossia Doctor Who On Trial: mi sono preso una settimana di pausa, ma oggi parliamo di MOFFAT!!!, che, per comodità, non nominerò sempre e solo tutto in maiuscole seguito da tre punti esclamativi. Come l’altra volta, se non volete leggere la rubrica, ma solo commentare, prego, dite la vostra sullo showrunner uscente nei commenti.

Apriamo mettendo le cose in chiaro: lasciando il beneficio della creazione alla cara Lambert, l’era di Moffat è, a mio avviso, la migliore dell’intera serie, includendo la serie classica; cercherò, tuttavia, di essere severo, ma giusto, scusate la overquote.

Quando Moffat è passato dall’essere uno sceneggiatore di singoli episodi a condurre tutta la baracca, la sua idea è stata quella di fare uno nuovo inizio per il Dottore: rispetto al decimo, che ereditava Rose Tyler e tutta una sfilza di personaggi correlati già apparsi, il Dottore di Smith comincia da zero: nuovo TARDIS, nuova companion, nuovi personaggi ricorrenti, nuovo cacciavite sonico. L’unico elemento che sembra collegare il tutto, a parte, ovviamente, il Dottore stesso, è River Song, introdotta in un’avventura di Tennant. Oltre a questo, la serie si concentra moltissimo sul Silenzio come unico vero e proprio villain a cui possono essere ricondotte, in un modo o nell’altro, tutte le vicissitudini della trama orizzontale.

L’undicesimo Dottore è meglio del decimo: per quanto Tennant vantasse un’esperienza immensa rispetto a Smith, calciatore fallito per una freccia nel ginocchio, la caratterizzazione del personaggio è molto più coerente. In un primo momento ci viene presentato un Dottore buffone e pazzerello, in linea con il secondo Dottore che tanto lo ha ispirato, ma già in The Beast Below abbiamo prova dell’incredibile lato oscuro che 11 manifesta di quando in quando. Onestamente, quando si pensa a Capaldi come dottore dark, si confonde l’ambiente con il personaggio: il Dottore di Smith è spesso furente, grida ai companion di stare zitti, attacca dalek con chiavi inglesi, manipola Amy a distruggere la propria versione futura e la sua sola presenza mette in fuga la maggior parte dei nemici.

Proprio quest’ultimo escamotage, però, identifica una delle caratteristiche che sono diventate più iconiche dell’era, un fenomeno che chiameremo “BRA”, ovvero “Basically, Run Away”. Ironicamente, bra è l’inglese per reggiseno, molto pertinente se si pensa ai respingenti ultraimbottiti: il contesto è quello in cui il Dottore non fa assolutamente nulla, niente di niente, ma la sua fama, che lo precede perché sia i cattivi che gli alleati continuano a blaterare di quanto astuto e tremendo e pericoloso sia, spinge in fuga la minaccia di turno. Non è sempre necessariamente tutto quello che succede, ma questo escamotage, in breve, diventa la vena pulsante dello show: nell’immediato, sembra funzionare, ma, quando si guarda un minimo oltre il fumo e gli specchi, si nota che il mago di Oz non è altro che un semplice furbacchione: il Dottore non fa, c’è qualcuno che dice che ha fatto qualcosa, come a dirvi che questo articolo è il più bello che abbiate mai letto ancora e ancora, finché non ve ne convincete. A gonfiare la testa del mago al fondo della strada dorata, una pletora di personaggi intenti a ripetere che il Dottore è vecchio quanto l’universo e immensamente saggio e… avete presente River Song, no? È una sorta di Indiana Jones del futuro al femminile, dal grilletto facile, in grado di superare qualsiasi avversità: ora, quando LEI dice che il Dottore è meglio, il pubblico è portato a fare una proporzione, in cui, per poco che abbia fatto il Dottore, sarà sempre tantissimo, perché l’ha detto River. E lo stesso vale per Amy, per i Dalek, ecc… con la conseguenza che i personaggi si mutilano del proprio spazio per donarlo al Dottore. Moffat ha cercato di mettere una pezza alla questione, facendo dimenticare all’universo del Dottore, ma la questione non sembra propriamente risolta.

Per il resto, l’era di Smith, come già accennato, è una sola, immensa storia, che si districa poco a poco, rimettendo insieme tanti pezzetti di puzzle lasciati indietro, con un risultato estremamente gratificante per chi guarda la serie per intero, invece che occasionalmente, a cui sembra ora essere dedicata. Questo format di trama orizzontale dalla grande importanza è comune all’altro Behemoth di Moffat, Sherlock; anche qui, se a una prima occhiata il tutto sembra inconcludente, a un secondo sguardo, si nota che dettagli come il Vento dell’Est, per dirne uno che non porta spoiler, diviene importante nel lungo periodo.

Anche gli spettatori occasionali possono godere di momenti interessanti, dal momento che tutte le puntate, se non bellissime, sono almeno decenti: niente più Love And Monsters, niente più Idiot’s Lantern o Fear Her.

Arrivato alla settima stagione, Moffat ha cominciato a seminare per la rigenerazione successiva, introducendo la figura di Missy, inizialmente dietro le quinte, che si rivela essere il Big Meanie del Dottore prossimo venturo, rendendo intanto omaggio alla Grande Intelligenza, con quella che è forse la prima delle varie retcon che verranno sparate. Con Capaldi, Moffat vuole mostrare di saper vincere anche su terreno accidentanto, schierando in campo un Dottore attempato invece di un sogno romantico per tutte le signorine (parlo per sentito dire, né Tennant, né Smith mi sembrano bei ragazzi, onestamente); l’idea è positiva e capaldi si rivela forse il miglior attore mai entrato nella cabina blu, ma, per contro, la qualità dello show declina mostruosamente: da una trama orizzontale subdola si passa a monologhi del cattivo finale nei doposcena, al Dottore che nomina ossessivamente un certo ibrido e alla storia del Vault e della redenzione di Missy; ci sono crescendo su crescendo a finali di stagione che si rivelano grandi flop, con il risultato che l’episodio migliore della serie tende a essere il penultimo. La gradita eccezione è The Doctor Falls, che, oltre a porre un finale dignitoso, ricuce insieme brandelli trama che cominciavano a infettarsi, dando un retroscena a Death in Heaven. Nel complesso c’è molta più sperimentazione, molta più cura delle singole avventure, e del personaggio secondario, Clara, che diventa presto presenza troppo imponente nello show.

Migliora il rapporto con la serie Classica, visto che diventa chiaro che la sua visione è consigliata, ma il più delle volte si tratta solo di citazioni, battute, quote usate ancora e ancora fino alla nausea, al punto che ancora non ho capito se la polarità del flusso di neutroni sia o meno reversibile.

Oltre al Silenzio, non vengono introdotti nuovi nemici degni di questo nome: i Monaci dell’ultima stagione ci vanno vicino, ma la loro trilogia diventa una nave da cui Moffat scappa mentre si affonda, nominando un altro capitano. La cosa peggiore, però, sono i Dalek, che diventano presto una barzelletta, usati più volte come mezzo di paragone per stabilire la pericolosità di altre entità, siano River o Heather. Persino Davros si affida a un uomo composto da un nugolo di serpenti, invece che a loro. Credo che questa non sia un’opinione popolare, ma avrei preferito vedere sviluppata la trama iniziata con Victory of the Daleks, in cui compaiono i Dalek Rangers, o Dalek del nuovo Paradigma: sarebbe stato uno sviluppo diverso, dando origine forse a nuove storie possibili e un’occupazione dignitosa a Mark Gatiss, invece di ostinarsi a fargli fare storie discutibili su Robin Hood e sui mostri fatti di caccole degli occhi.

Quello che Moffat non fa per i dalek, lo fa però per i cybermen, affidando al genio di Gaiman il compito di scrivere una storia decente per loro, che, oltre a presentare un cattivo meraviglioso nella forma di Mr Clever, rende tangibile la minaccia dei Cybermen, in precedenza superiori ai Dalek solo a morire; subito dopo spreca la loro presenza in Death in Heaven, rendendoli piatti, ma la nave/ospedale/città di World Enough and Time ci regala un terrore unico dalla minaccia argentata, perciò close enough.

In conclusione: l’era di Moffat non è stata perfetta; tuttavia, quello che un semplice articolo non può trasmettere sono le emozioni che ha saputo regalare. Dalla buonanotte all’uomo stropicciato, all’addio ai Pond, alla singola lacrima sul volto di Smith, al discorso di Danny Pink. I momenti divertenti sono stati spesso gratuiti, ma non lo trovo un problema; soprattutto, undicesimo e dodicesimo sono due dei migliori dottori mai creati e sono sicuro, lo giuro, che non mi dimenticherò quando lo showunner era lui.

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Ciao a tutti e bentornati a DWOT, ovvero (ma chiaramente lo sapete) “Doctor Who: On Trial!”, la rubrica in cui spolveriamo le nostre parrucche bianche boccolose, reminiscenti del nostro cosplay da terzo dottore e scaldiamo i nostri martelletti per giudicare se una delle figure chiave dello show è o meno innocente. Alla cattedra, oggi, troviamo Russel “The” Davies e cominciamo con l’analizzare la sua era.

Più giù vi dirò la mia sullo showrunner, ma se non avete voglia o tempo di leggere tutto, va anche benissimo se lasciate un commento dicendo se la sua era vi è piaciuta più o meno di quella di Moffat: in base a questo, tirerò le somme per la sentenza; se avete invece pazienza, ecco il mio giudizio!

Tendenzialmente, l’opinione sull’era di Russell è molto alta e, essendo stato il primo a (re)introdurre la serie, gode del bonus “sperimentazione”, quindi cercherò di essere severo, per controbilanciare un minimo.

Partendo dai personaggi, il nono dottore era fantastico (duh): deciso, ma aperto a nuove esperienze, feroce, ma giusto e l’unica nota negativa sulla sua era può essere l’allontanamento di Christopher dallo show. Fin dalla prima puntata, ci mostra il proprio schema d’azione: dare alla minaccia corrente un’occasione di resa, per poi eliminarla senza pietà quando questa puntualmente rinuncia. È elegante e semplice… e allora perché quando rigenera, il decimo ne parla come se fosse una novità?! “No second chances”… da quello che sappiamo è sempre stato così! Per iconico che sia stato il decimo dottore, una volta fuori dal flusso ipno-carismatico di David Tennant, è oggettivamente altalenante negli atteggiamenti. Esemplare è il paragone tra la famiglia del Sangue e il Maestro: dove i primi vengono puniti in modo agghiacciante per aver ucciso qualche decina di persone cercando di ottenere la vita eterna, il secondo, a fronte di aver decimato la popolazione terrestre, mutilato l’umanità del futuro, schiavizzato l’intero pianeta e trasformato il Dottore in Gollum al solo fine di portare il caos nell’universo, viene “perdonato”; e dove il Maestro ha una buona uscita per essere l’ultimo signore del Tempo insieme al Dottore stesso, Davros ottiene un trattamento simile, non fosse per il clone del Dottore che provvede a eliminarlo “definitivamente” (fino alla prossima volta), mostrando che non c’è una vera e propria ragione per cui il Dottore agisca in un modo o nell’altro.

Rose è una companion amata da molti e odiata da molti altri, perché riceve, oggettivamente, un trattamento di favore: parliamoci chiaro, è il primo palese interesse amoroso del Dottore nella storia della serie, fin dai momenti di gelosia di Nine, fino alla scena strappalacrime sulla baia, poco oltre il corpo di Danny Latimer. Davies importa il dramma nei personaggi direttamente da Queer as Folk, opera che l’ha portato al successo, aggiunta nuova alla serie, che può o meno piacere; quello che è invece di dubbio gusto è il finale riservato alla ragazza, intrappolata in un universo alternativo con il succitato clone del Dottore, dove si implica che vivano una meravigliosa storia d’amore: poco prima, proprio in occasione della “morte” (ah-ah) di Davros, diventa palese quanto siano diversi psicologicamente Ten e “Ten-Two”, ma il copione mostra Rose fregarsene, in virtù del fatto che entrambi godono del fascino da balaustra scozzese di David.

Martha è una grande aggiunta alla serie: una companion di colore, cosa inedita, intelligente quasi quanto il Dottore, decisa, agile, di bell’aspetto, ma viene introdotta in un momento e in un modo in cui è destinata all’astio di molti, divenendo un puro rimpiazzo di Rose; da organica, la cosa diventa palese nel momento in cui è resa esplicita l’attrazione amorosa che ha il Dottore, che la bacia nei primi secondi della loro avventura. Restando sui companion di colore, Mickey Smith viene sempre rappresentato come un attrezzo, a tratti simpatico, ma costantemente imbranato, vigliacco o stupido: emblematica la scena di “Boom Town” in cui fallisce in tutto quello che al bianco Jack viene naturale o anche il suo momento di riscatto in “Age of Steel”, in cui il suo attacco con il computer viene accompagnato dal Dottore che lo chiama “idiota”. Se, infine, non si può ancora parlare di blando razzismo fino a questo punto, diventa ovvio quando Martha e Mickey vengono forzatamente appaiati nell’epilogo di “The End of Time”.

Oltre a questo, i personaggi sono solitamente tridimensionali: non c’è nulla da dire contro a Jack Harkness o Wilfred e chiunque voglia sparlare di Donna Noble dovrà farlo sul mio cadavere! Tuttavia, va detto che l’addio di Donna risulta un rincarare la dose in confronto a quello con Rose, che insieme hanno creato il devastante trend per cui una companion non possa più “semplicemente andarsene”, ma debba avere una fine tragica, o 14 nel caso di Clara: la responsabilità di questa non è certo di Russell, ma è lui che ha cominciato, signora maestra!

Se parliamo di trame verticali, le storie sono spesso gioiellini, inframezzati da orrori del calibro di “Love and Monster” e da episodi anonimi tipo “The Idiot’s Lantern”; il che andrebbe bene, se in mezzo non ci fossero anche riadattamenti da storie prese da altri media, come “Dalek” che è ispirato dall’audio Big Finish “Jubilee” o “Human Nature”, tratto di peso dall’omonimo romanzo; questo porta i fedeli della serie che l’hanno seguita negli anni bui a dover mandare a monte i propri headcanon o accettare che il Dottore abbia vissuto più volte avventure identiche (non un problema, se si considera l’ultima stagione).

Proprio “Love and Monster” è un caso particolare: in realtà Absorbaloff, il nemico della puntata, è stato disegnato da un bambino che ha vinto un concorso in merito. Questo è molto dolce, ma è una puntata in cui il Dottore si vede appena, più adatta a uno spinoff che alla serie vera e propria, denotando una scelta di sceneggiatura al più pigra. Va detto che anche una delle migliori puntate dell’era di Davies, “Blink” (scritta ironicamente da Moffat), contiene altrettanto poco il pazzo con la cabina, ma Steve sapeva cosa stava facendo, almeno. In tutto questo, non dobbiamo essere troppo severi: non tutte le puntate piacciono a tutti, è un problema costante, ma è tipico di una serie con molte chiavi di lettura e il trash di piastrelle che “hanno anche un po’ di vita sessuale” o di cassonetti che ruttano è tipico dei primi duemila, specie in UK.

L’approccio alla serie classica è invece meno soprassedibile, a mio avviso: Davies si comporta in modo poco coerente con essa, ignorando più volte il passato della serie, sia nella storia tra i dalek e Davros, che reintroducendo i cybermen come creature di un’altra dimensione, che sostenendo che il TARDIS debba essere ricaricato; pretende tuttavia che saltiamo sulla sedia quando Jacobi dichiara di essere il Maestro o Dalton Rassilon: non è quindi chiaro se la serie preveda o meno una familiarità con gli episodi passati. Proprio l’era di Davies ha introdotto i “tamburi” del Maestro, che sono stati una retcon feroce e solo in parte sfruttata, finendo per dare come movente delle sue azioni una noiosissima follia fine a sé stessa.

Le trame orizzontali non sono molte e diventano palesi una volta arrivati al finale di stagione: in questo Moffat è stato incredibilmente più machiavellico, con tutta la saga del Silenzio, ma anche qui troviamo i vari “You Are Not Alone/primo ministro Saxon”, “Bad Wolf” e “Non ci sono più api”, che, se pur non riempiono le puntate di easter egg da ricercare, danno un premio a chi ha seguito la serie puntata per puntata, avvicinandola a un pubblico moderno che sfrutta più il modem e l’on demand che la TV.

Va inoltre detto che Davies, da fan sfegatato della serie, ha tramato per riempire il palinsesto di spinoff, con Torchwood, precedentemente nome in codice del reboot e con Sarah Jane Adventures, ampliando lo show a un pubblico rispettivamente maturo e giovanissimo; proprio in Torchwood il suo “Children of Earth” viene considerato il fiore all’occhiello della serie.

A mio avviso, però, quello in cui RTD ha eccelso, è stato lavorare sui Dalek: come ha dichiarato Moffat “sui Dalek è stato detto di tutto e non so proprio come sfruttarli”, ma Davies aveva le idee chiare in merito! Nonostante il look pressoché inalterato dal serial del ’63, ha ripreso la minaccia skarota un poco alla volta, da un unico dalek nell’era di Eccleston alla loro trama dietro satellite 5 per rimpolpare le proprie fila fino a quel momento in cui l’audience ha esclamato in coro “OMMIODDIO È PIENA DI DANNATI DALEK!!!”, al punto che non devo nemmeno usare le virgolette per dirvi da che puntata venga quella esclamazione! I Dalek di Davies sono dei veri e propri Juggernaut, inarrestabili macchine della morte, contro cui il piano migliore è quasi sempre la fuga! Cioè, se il Dottore di Eccleston arriva a valutare di distruggere tutta la popolazione terrestre per eliminarli, è inevitabile, inevitabile, interiorizzare il pericolo che rappresentano, al punto che ancora oggi Moffat gode dell’eco della loro potenza e li usa come paragone per mostrare le abilità di altre minacce (come in “the Pilot”).

Le scelte di cast nell’era di RTD sono state senza dubbio di impatto e brillanti, i motif introdotti sono diventati decisamente iconici della serie; non è stata perfetta, è vero, ma è stata senza dubbio un’era adeguata a gettare nuove fondamenta allo show, piena di episodi godibili, leggeri, che permettono anche ai profani, come probabilmente la maggior parte di noi eravamo prima di “Rose”, di avvicinarsi alla serie e di spiccare un salto dentro al Vortice del Tempo.

Non dimenticate di dire la vostra, la prossima settimana vedremo come se la cava Moffat. Forse. Regola #1.

Ciao a tutti e bentornati a DWOT, che sta per Don’t Wear Only Trousers, come ben sapete.

“Che cosa avete fatto a Doctor Who di BBC One?! Che stupida assurdità! Perché trasformare una serie fantastica in quella che sembra una pagliacciata?! Credo che scoprirete che migliaia di bambini smetteranno di guardare Doctor Who, che fino ad adesso era stato grandioso!”

Questo era (leggera parafrasi) il discorso di una fan del primo dopo aver visto Power of The Daleks. 51 anni fa.

Partiamo dall’inizio: Doctor Who è Peter Capaldi. Quando sarà Jodie Whittaker, parleremo di lei, ma prima di averla vista in azione, tutta la discussione possibile è sul suo sesso. Se il Dottore fosse umano, questa differenza interesserebbe circa l’1% del suo corredo genetico (specificatamente, avrebbe l’1% di corredo genetico IN PIÚ, ovvero mezzo cromosoma) e la trovo bieca; tuttavia ci riporta a una questione interessante sullo show:

Doctor Who è uno show sessista o femminista?

Un cattivo avanza minaccioso, la companion si volta e lo vede e grida “Doctaaaah” (o “Grandfatheeer”, in un caso). Quante volte avete visto questa scena?! A una prima occhiata, la serie potrebbe effettivamente riportare pari pari lo stereotipo della donzella in pericolo e del cavaliere valoroso che corre a salvarla; tuttavia non è necessariamente da condannare la cosa, può essere un utile strumento narrativo e ha avuto anch’esso i dovuti ribaltamenti, nel corso degli anni; è analizzando più approfonditamente ogni personaggio, che si vede come la serie abbia saputo dare spessore ai tanti volti femminili che sono entrati a bordo della cabina della polizia.

Per esempio, Zoe, companion del secondo Dottore, era un genio dotata di memoria eidetica, talentuosa nelle arti marziali e incredibilmente brillante in tutto; Jo Grant, se si vuole guardare un punto più sensibile, viene presentata come un’oca giuliva, ma la crescita del suo personaggio è costante, arrivando al punto di salvare più volte la situazione e resistere persino al potere ipnotico del Maestro… con una filastrocca!

Nella serie nuova, basta già prendere Rose, che da il nome alla prima puntata (cioè, dopo quasi vent’anni senza Doctor Who, RTD da il nome della prima puntata alla companion, parliamone!): nonostante tutto quel “riesco a sentire la terra che gira sotto ai miei piedi” del nono (che resta fantastico), è lei a salvare la situazione. E, con tutto il rispetto per Billie Piper, Rose è forse la più convenzionale delle companion della nuova: Martha, Donna, Amy, River e Clara hanno mangiato in testa ai nemici e addirittura allo stesso Dottore in più occasioni, al punto che la questione è diventata forse un tantino forzata, ma ci torneremo.

Uno studio interessante in merito è stato fatto usando il Bechdel test e lo trovate QUI 

Si concentra su contare quante puntate di ogni protagonista femminile passino il Bachdel test, ovvero comprendano due personaggi femminili dotati di nome che parlino di qualcosa che non sia un uomo. Non è impeccabile, ma è significativo, consiglio di dargli un’occhiata: il test, vede un radicale calo di successo nell’era di Steven Moffat, ma è prevedibile dato che l’era torna a concentrarsi prevalentemente sul Dottore, sfruttando altri personaggi proprio per dire quanto sia formidabile il pazzo con la cabina (ovvero fallirebbe molto spesso anche un ipotetico test tipo “comprendere due personaggi che non siano il Dottore che parlano di qualcosa che non sia il Dottore”!) Ci tengo a precisare che le puntate in cui compare Donna Noble superano tutte il test e invito ad applaudire la magnificenza che era quel personaggio.

Personalmente, però, trovo che la questione vada vista per quello che è: se è vero che tutte le companion del primo avevano costantemente bisogno di essere soccorse, da un altro punto di vista, appiattendo i personaggi si ritrova che il Dottore, all’epoca, costituiva la “mente” del gruppo, la companion il “cuore” e il companion il “braccio”, che sminuiva un po’ ognuno singolarmente, ma li rendeva grandi come gruppo! Con l’era del terzo, il baricentro si è spostato leggermente addosso al Dottore e al suo aikido venusiano, ma non si può evitare di considerare la figura del Brigadiere; quarto e quinto hanno compreso diversi format di companion, l’era del sesto ha avuto ben altri problemi e nel settimo c’è Ace, che chiude la questione a priori.

È così che leggo la storia del Dottore: è la storia di un uomo quasi perfetto, quasi infallibile, quasi divino, che accompagna in giro per le stelle persone più o meno ordinarie; quei “quasi” sono fondamentali, perché per ogni piccolo errore, con risvolti immensi, che il Dottore compie nei suoi viaggi, i limitati esseri umani sono quelli che gli proteggono le spalle. Addirittura, vedo che la principale differenza tra Dottore e Maestro, sia che il primo abbia aperto le porte a dei compagni di viaggio, mentre il secondo si sia chiuso in una continua lotta solo contro il resto dell’universo, motivo per cui abbia finito (serie classica, retconnata in parte) il ciclo rigenerativo, in linea con l’ossessione che Missy mostra per riavvicinarsi al Dottore.

Anche nella serie nuova questo concetto è, a conti fatti, imprescindibile dal personaggio, al punto che, trovandosi a continuare la serie negli anni 2000, si è giustamente posto attenzione a riempire le puntate con momenti di riscatto, in modo da trovare una sorta di equilibrio: se il Dottore è superiore al companion perché è il Dottore, il companion è superiore in quanto di sesso femminile! La questione può risultare forzata, ma, nel complesso funziona.

Affacciandoci all’era del tredicesimo dottore, mantenere questo schema ribaltando i generi sembra difficile: avere un companion che salva il Dottore da un errore che lei ha commesso significherebbe avere un maschio che salva una femmina e verrebbe accusato di sessismo; al contempo non si può attribuire entrambi i ruoli al Dottore, avere ragione in quanto dottore e in quanto donna, perché toglierebbe quel “quasi” di cui sopra, rendendo il Dottore perfetto e, quindi, noioso. Per andare avanti, Chibnall dovrà trovare una nuova quadra, un nuovo equilibrio da dare allo show.

Per chiudere il discorso, Doctor Who non è sessista, non è necessariamente sempre all’avanguardia in materia di progressismo sociale: è uno show televisivo. In quanto tale, non possiamo aspettarci troppo, non possiamo pretendere che sia un manifesto politico. Può darci spunti di riflessione, invitarci a non restare chiusi in noi stessi e farci vedere che le cose cambiano, a volte repentinamente e a volte irreversibilmente. “Oxygen” della decima stagione riprende concetti marxisti, per darvi un esempio! Chiaro che lo fa al livello di “Z la formica”, non di Engels o nemmeno di Asimov, ma è qualcosa da cui partire per riflettere, è la scintilla che può dare inizio a qualcosa… oppure no!

Pretendere che l’era di Whittaker sia la migliore di sempre è sessista quasi quanto dire che “oggi è morto Doctor Who” (cioè, sul serio qualcuno ha scritto così?!)

E poi, scusatemi, è anche giusto che la serie si rivolga finalmente al pubblico maschile. Maschile?! Ta-naaa! Colpo di scena! Non mi stupisce, infatti, che siano molte fangirl a lamentarsi: il sogno del misterioso viaggiatore delle stelle che ti rapisce e ti porta con sé è un ideale romantico a molti di noi precluso fino a ora, che le companion non possono incarnare davvero, perché possono anche avere cervello e un gradevole aspetto fisico (che alla Whittaker non manca), ma non rappresentano quella “fuga al lato opposto dell’universo e di ritorno per il tè”. Loro non sono il Dottore.

Lo sapete chi è il Dottore, invece? Peter Capaldi, l’ho detto all’inizio!!!

Ma, da Natale, sarà Jodie. Cambiamento e non un secondo troppo presto, miei cari. Sarà il Dottore, che vi piaccia, oppure no!

Ciao a tutti e bentornati a DWOT, ovvero Doctor Who: Official Timelines!

Oggi: cybermen! Mi riferirò ai vari modelli chiamandoli “Mark” seguito da un numero romano, ma è una definizione del tutto arbitraria, perché è difficile capire quale sia stata la vera progressione e dove finisce la produzione di un modello e comincia il successivo. I primi cybermen presentati dalla serie arrivano da Mondas. Dovete sapere che, un tempo, la Terra dell’Whoniverso era un pianeta gemello, ovvero, probabilmente, una coppia di pianeti che ruotavano l’uno attorno all’altro e insieme attorno al Sole. Questo sistema, non sappiamo il motivo, venne a rompersi e Mondas sfilò via dalla propria orbita per allontanarsi nello spazio. Per sopravvivere al gelo siderale, la popolazione locale integrò la propria biologia con parti meccaniche. Questo li rese più forti, ma anche privi di emozioni e sensibili ad alcuni fenomeni, come le radiazioni.

In così poche righe abbiamo già un sacco di punti interrogativi: se un tempo Terra e Mondas erano tanto vicini, questo non significa che gli esseri umani potessero andare da un pianeta all’altro; inoltre come hanno potuto esseri umani in condizioni analoghe alle nostre, sviluppare una tecnologia robotica tale da permettere loro di realizzare dei cyborg? È presumibile che, dato che i terrestri non conoscono Mondas, l’esodo sia avvenuto prima della nascita della scrittura.

Ho una teoria in merito, ma è mera speculazione complottistica, che passa infatti per… rettiliani! È vero, la tecnologia terrestre preistorica era ferma a pietre smussate e pietre appuntite (e, dopo l’arrivo di un certo vecchietto con una cabina blu, al fuoco), ma un’altra razza abitava la Terra in quel periodo, i Siluriani. La loro tecnologia era probabilmente già abbastanza avanzata da permettere di lasciare l’atmosfera e visitare il vicino pianeta gemello; viaggio semplice, ma non breve. E, come ogni guida consiglia, portarsi uno spuntino per i viaggi lunghi è sempre consigliato! Infatti gli esseri umani erano una prelibatezza per i Siluriani, che li potrebbero aver importati come bestiame da un pianeta all’altro. Un giorno, tuttavia, gli astronomi Siluriani predissero l’arrivo di un enorme asteroide in rotta di collisione con la Terra e, per sopravvivere, si ibernarono in massa. L’asteroide in questione altro non era che la Luna (che poi si svelerà essere un uovo… ancora scettico in merito!) e, tra le altre cose, sbalzerà fuori orbita Mondas. I Siluriani su Mondas, animali a sangue freddo più sensibili agli sbalzi di temperatura, morirono in massa e gli umani primitivi ereditarono la loro tecnologia; c’è un terzo attore possibile nella faccenda, però! Mondas non può essere stato scagliato nello spazio come un giavellotto, ma deve aver continuato subire l’attrazione del Sole, finendo in una spirale che lo allontanava sempre di più dall’astro; in quest’ottica, durante le volte della spirale, può aver incontrato un altro pianeta dove lo sviluppo tecnologico era fiorente: Marte, patria dei Guerrieri di Ghiaccio. Questi avranno probabilmente rifiutato asilo ai Mondasiani, ma potrebbero aver scambiato tecnologia con loro, specie considerando che anch’essi sono, tecnicamente, dei cyborg, virtualmente dipendenti dalle armature che indossano. Queste, ripeto, sono solo mie congetture, non supportate dalla serie in alcun modo.

Torniamo alle fonti ufficiali: dopo millenni, i Mondasiani riescono a riportare il pianeta verso la Terra; ormai tutta la loro specie è convertita (mark I), ma il pianeta è una roccia fredda destinata alla morte: il loro tentativo estremo, per sopravvivere, è assorbire energia dalla Terra, tanto simile a Mondas. Purtroppo (non per noi) è tardi e Mondas si sbriciola incapace di sopportare l’energia di Gaia; i cybermen, legati al pianeta, si sfaldano e si sciolgono in pieno stile Obi Wan, lascinando dietro solo gli esoscheletri vuoti.

Fine dei cybermen. Intendo del ramo non militare di Mondas, perché altri ceppi si sono sparsi in diversi pianeti! I cybermen hanno formato un vero e proprio impero, da cui vediamo derivare prima i Mark II (the Moonbase, Tomb of the Cybermen), di cui parte verranno ibernati in una tomba sigillata su Telos e sopravviveranno fino al XXV secolo, e in seguito i Mark III, sotto cui assimiliamo i cybermen comparsi in The Invasion, provenienti da Planet 14 fino a Silver Nemesis (i prop usati sono stati molto simili). Data la loro rapida espansione, la Federazione Galattica si è riunita per affrontarli in una lunga guerra; una delle battaglie chiave è stata la tentata distruzione di Voga, pianeta contenente immense quantità d’oro, mortale per i cybermen (la mia teoria personale è che parte dei loro circuiti siano fatti di una malgama a base di mercurio, in grado di sciogliere l’oro che ne rovina alcune caratteristiche fisiche). Va poi menzionato che una delle navi cybermen si è schiantata contro la Terra estinguendo i dinosauri (“Earthshock”) e un giovane genio matematico pieno di curiosità per l’universo.
La storia dei cybermen, però, è resa complessa dagli eventi di “Attack of the Cybermen” in cui questi cercano di usare una nave temporale e il TARDIS del Dottore per impedire la distruzione di Mondas; falliscono nell’impresa, alterando, però la storia di Telos. Più o meno coerentemente con questo sviluppo, i cybermen visti in seguito nella serie hanno uno sviluppo tecnologico analogo a quello del XXV secolo, pur essendo nel XX (“Silver Nemesis”).

Opere collaterali suggeriscono sviluppi diversi, come i cybermen di Dreadnought (Mark IV), che i cybermen derivino dai Voord e che Marinus sia il nome originario di Mondas, ma non le integrerò nella timeline per semplificare.

Nel mondo di Pete, intanto, le Cybus industries, sviluppano la propria versione di cybermen (“Age of Steel”, Mark V), con l’intendo di rendere immortale l’umanità (terrestre); questa deriva arriverà nell’universo principale, ma verrà apparentemente ricacciata indietro dagli eventi di Canary Wharf (“Army of Ghosts”, “Doomsday”); qualcosa sembra essere andato storto perché li ritroviamo nel 1851 a Londra, dove tentano di conquistare la Terra usando il cyberking (“The Next Doctor”); di qui forse la storia viene ancora modificata, perché l’assenza del logo Cybus ci porta a presumere che quelli incontrati in “The Pandorica Opens” non siano originari del mondo di Pete, ma un’unione delle due tecnologie; questi ultimi, infatti, riportano anche processori indipendenti dalle parti biologiche e sono in grado di cercare automaticamente esseri umani da convertire.

In “Nightmare in Silver” vediamo l’ultimo sviluppo dei Cybermen, il Mark VI, in grado di accelerare a velocità incredibili e di compensare debolezze eventualmente scoperte “aggiornando” il proprio software. Questi modelli, che troviamo nel XXVI secolo, gestiscono un’incredibile rete neurale condivisa (cosa sfruttata dal Dottore per fermarli); forse questa caratteristica è stata sfruttata da Missy per renderli compatibili con il network denominato “Nethersphere”; va detto che gli sviluppi creati da Missy non riguardano l’intera storia dei cybermen, in quanto quelli usati da lei sembrano ubbidire ciecamente invece di avere piani propri.

Il Dottore non presuppone che ci sia stata connessione tra i cybermen principali e quelli sviluppatisi al piano 0000 della stazione vicina al buco nero in “World Enough and Time” e “The Doctor Falls”, in quanto ritiene lo sviluppo dei cybermen un’eventualità sempre costante (molto più probabile dello stanziamento di fondi per nuovi costumi da parte della BBC); possiamo considerare la loro storia come indipendente, dato che abbandonare la nave era praticamente impossibile (o il Maestro l’avrebbe fatto); data la contrazione temporale (che avveniva naturalmente anche al piano 0000, rispetto al resto dell’universo), possiamo tuttavia supporre che ci siano stati arrivi dall’esterno che possono giustificare un’evoluzione analoga.

Quello che la puntata rende evidente sullo sviluppo dei cybermen (oltre a integrare nella loro linea evolutiva gli spaventosi proto-cyberman, “Mark 0”), è come siano spinti a migliorarsi attraverso la minaccia: il primo compito dei cybermen è, infatti, sopravvivere a qualsiasi costo. La loro storia mostra come ci siano sviluppi durante le epoche di guerra (“Revenge of the Cybermen”, “Silver Nemesis”) e, come denunciava il decimo dottore, stagnazione altrimenti. Singolarmente, la tecnologia reale ci porta a considerare sempre di più protesi o esoscheletri meccanici a scopo medico o militare e l’idea di rendere una coscienza umana cybernetica diventa di giorno in giorno più “sci” e meno “fi”; personalmente, però, non sono preoccupato: quello che è il punto debole dei cybermen, che passa attraverso la carenza di emozioni, è proprio la loro tendenza all’inerzia. E se c’è una cosa che caratterizza il genere umano è che, nel bene e nel male, andiamo sempre avanti.

Ciao a tutti e bentornati a DWOT, ovvero Doctor Who Official Timelines, dove oggi parliamo del Maestro!

Se state seguendo la decima stagione sapete il motivo, altrimenti, un ripasso non fa mai male! Vi citerò le fonti, distinguendo tra TV, audio, fumetti e romanzi, in modo che scegliate voi cosa giudicare in linea con gli eventi e cosa no e, per forza di cose, non ci sarà proprio tutto tutto, perché l’whoniverso è davvero vastissimo!

TV: A 8 anni il Maestro guarda nello scisma intemperato, cosa che lo porta alla follia, anche per via del Rassilon futuro che impianta nel suo cervello il rumore dei tamburi;

Audio: il Maestro e Il Dottore, da piccoli, studiano insieme; per salvare il Maestro, il Dottore è costretto a uccidere un bullo, attirando così l’attenzione dell’entità “Morte”, che lo vorrà come discepolo; il Dottore rifiuta e la morte prende sotto la propria ala protettrice, invece, il Maestro, condizionando tutta la sua vita;

Romanzi: studiando all’accademia, Koschei, come veniva chiamato all’epoca, cresce e diventa un ribelle al pari di “Theta Sigma”, il soprannome che usava il Dottore all’epoca; scappato da Gallifrey dopo aver attentato al lord president, incontra una donna con cui prende a viaggiare, ma, durante un’avventura con il secondo dottore, scoprirà che questa era una spia del consiglio; il Maestro si sente tradito e lì comincia la sua deriva verso il lato oscuro;

Non si sa molto delle avventure precedenti, ma di nuovo in TV, abbiamo l’incarnazione di Delgado, inizialmente pensata come ultima; acerrimo nemico del terzo Dottore, avrebbe dovuto sacrificarsi per lui, ma, purtroppo, Roger Delgado viene a mancare in quel periodo, così viene riscritto il finale dell’era del terzo; in un romanzo, Susan lo folgora con un’arma dalek, sfigurandolo orribilmente, come lo vediamo nell’episodio TV “The Deadly Assassin”, interpretato da Pratt;

La storia ufficiale, a oggi, è che Pratt è lo stesso Maestro di Delgado, sfigurato e folle di dolore, che non vuole rigenerare perché a una sola vita dalla morte definitiva; costretto dalle circostanze rigenera in Beavers, in un’audioavventura; durante uno dei suoi piani malefici, per ironia della sorte, viene nuovamente sfigurato, così come lo rivediamo in TV in “The Keeper of Traken”, avventura del quarto dottore, nel corso della quale ruba il corpo di Tremas, il padre di Nyssa, una companion aliena, dando vita al Maestro di Anthony Ainley, la più longeva incarnazione; in questa forma combatterà quarto, quinto, sesto e settimo dottore –persino l’undicesimo, nei fumetti- finché non sarà giustiziato dai dalek nel film;

a complicare le cose, c’è l’incarnazione delle audio avventure, quella di MacQueen, che non possiamo ignorare per il grande talento dell’audio-attore: questa è frutto di un’interferenza di una razza aliena in grado di manipolare le linee temporali, cosa che permette al Maestro di rigenerarsi in una versione alternativa di sé: combatterà sesto, settimo e ottavo dottore e, a complicare le cose, si scambierà di corpo con la versione precedente di sé…

vi riassumo: Delgado/Pratt rigenera in Beavers, che viene di nuovo sfigurato, così rigenera in MacQueen, si scambia di corpo con la propria versione passata, quindi MacQueen finisce nel corpo sfigurato di Beavers e quindi rubano il corpo di Ainley. Cioè, Ainley è la fusione tra MacQueen nel corpo di Beavers e il padre di Nyssa. Mal di testa…

Quale che sia la storia del Maestro di Ainley, andiamo avanti: in scene tagliate dal film del ’96, troviamo il Maestro interpretato da Tipple; non è chiaro se l’intenzione fosse riproporre il Maestro di Ainley o farne uno nuovo, ma nel film viene giustiziato, esce in forma di energia dal proprio corpo e ruba quello di un umano, interpretato da Roberts; un corpo umano non può reggere la mente di un signore del tempo e finisce per decadere rapidamente… e qui, forse, abbiamo la vera e propria morte del Maestro dell’era classica.

Nei fumetti, troviamo un giovane Maestro affiancare il War Doctor nella guerra del Tempo, ma già dalla serie capiamo che è stato riportato in vita per essere il soldato perfetto. Pessima idea, perché fugge dalla guerra, diventando umano con un arco camaleonte; durante i fatti dell’episodio TV Utopia, ritrova la propria identità, per rigenerarsi poco dopo nel Maestro di Simm.
Quest’ultimo muore durante la trilogia, ma viene riportato in vita con un rituale di magia nera… ehm, spiegazioni, Davies? No? Ok… ma qualcosa va storto ed è nuovamente una versione corrotta di sé, che perde energia e deve mangiare in continuazione; riesce però a stabilizzarsi grazie all’Immortality Gate (che usa anche per trasformare ogni umano in una copia di sé). Alleatosi con il Dottore per sconfiggere Rassilon, finisce nuovamente nella Guerra del Tempo.

Lo ritroviamo come Missy, che prima manipola Clara e Dottore per far sì che si incontrino, con lo scopo ultimo di portare il Dottore verso il lato oscuro… che è comunque migliore della chiacchierata di Palpatine, suppongo? Di qui diventa un personaggio ricorrente e la ritroviamo nel doppio episodio di apertura della nona stagione, come circa meno quasi, alleata del Dottore (per quanto cerchi di manipolarlo per uccidere Clara imprigionata nell’esoscheletro di un dalek). Questo ci porta alla fine della nona stagione, ometto il resto per ragioni di spoiler.

Beh, un personaggio complicato, lo ammetto, ma concordo in parte con la visione di Moffat del Maestro: spiegare come e perché sopravviva, come e perché ritorni, non è importante. Il Maestro finisce spesso con le spalle al muro, senza possibilità di salvezza e se la cava con un semplice “sono scappato”. Abbiamo già un complicatissimo Dottore da seguire, cerchiamo di non complicarci troppo la vita: il Maestro è l’Ombra del Dottore, la sua nemesi più intima, il suo miglior nemico. E, che abbia un pizzetto curato o un vestito vittoriano, noi adoriamo il Maestro!

Per oggi è tutto, ci sentiamo presto! Fino ad allora, stay tuned, stay TARDIS, ciao dal vostro sesto!