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Who Lives, Who Dies, Who Tells Your Story – part II. Di Dalek Oba, fanart di Arts on the Floor.

parte I

6° Round
“Alieni… tipo Star Wars?”
Dopo un’oretta di giri nel TARDIS e di spiegazioni concitate da parte del Dottore, i due terrestri erano di certo convinti dell’esistenza degli alieni, ma anche totalmente sconvolti da quella full immersion in un mondo totalmente nuovo. Solo adesso stavano cominciando le prime, timide, domande, soprattutto da parte di Adrian.
Bill era di certo l’esperta nel conciliare la realtà con i film di fantascienza: “Non è esattamente come Star Wars, anche se la settimana scorsa su Marte abbiamo incontrato dei guerrieri che mi hanno ricordato un sacco i Mandaloriani… sai, quelli di Boba Fett – si era ricordata all’ultimo che nel 1985 erano usciti solo tre film – mentre non so se esista un corrispettivo per i Jedi, ma sarebbe PAZZESCO… ok, ok, scusa.” Un’occhiataccia del Dottore l’aveva zittita.

“Il punto è che Drago va fermato. Il prima possibile. E per questo avrete bisogno del mio aiuto. Tanto per cominciare, perché avete tutti questa fissa nel pronunciarlo AIvan? Ivan, si dice IVAN. Non posso credere che nessuno ve lo abbia insegnato. Ho visto guerre scoppiare per errori più piccoli! – uno sguardo dubbioso di Nardole gli aveva fatto capire che stava perdendo il filo – Stavo dicendo, al momento è la persona più sorvegliata di tutta la Russia, non è possibile cercare di rapirlo senza scatenare una crisi internazionale. Bisogna batterlo nel suo campo, sul ring. Rocky, abbiamo bisogno di te. Ti senti pronto?”

7° Round
Lui aveva scrollato le spalle, come se il Dottore gli avesse chiesto gentilmente di apparecchiare la tavola per il pranzo, e non di salvare la Terra. “Come ho detto, prendere pugni è l’unica cosa che so fare, ma la so fare bene. Volete che combatta per il mondo? Lo farò. Prenderò più pugni di quanti non ne abbia mai presi. Lo farò per il mondo, ma lo farò anche per Apollo.”
C’era un che di solenne nel modo in cui pugile e Signore del Tempo si erano stretti la mano. “Tu mettilo K.O. e io ti prometto che sarà consegnato alle persone giuste.”

“Come pensi di fare? – gli aveva domandato Nardole, mentre Bill accompagnava Rocky e Adrian a casa – chiamerai la UNIT degli Anni Ottanta?”
“Chiamerò Kate. Se chiamassi suo padre metterei in serio pericolo la MIA linea temporale. No, Kate è perfetta. Può contare sulle Osgood e ha i suoi congegni per cancellare la memoria… sperando che non ce ne sia bisogno”.

8° Round
Rocky aveva affittato una baita nel mezzo della campagna sovietica, per allenarsi. Erano arrivati in quattro (Adrian era rimasta a casa con il figlio), ma presto si erano aggiunti a loro due… guardiani, inviati dal governo. E già spiegare come fossero lì senza aver usufruito di viaggi aerei a loro noti aveva richiesto più fantasia del previsto. Con il TARDIS ben nascosto in una delle camere.

Lì intorno non c’era niente. NIENTE. Dopo il primo periodo in quella desolazione innevata, Bill aveva pensato di mettersi a cronometrare chi tra il Dottore e Nardole sarebbe impazzito per primo; invece, a quanto pare quell’onore sarebbe toccato a lei, e dopo soli quattro giorni. Il Signore del Tempo sembrava tutto compreso nel suo nuovo ruolo di allenatore, e passava metà del tempo a inseguire Rocky durante i suoi esercizi (il confronto tra i due, soprattutto nel vederli correre, era impietoso), l’altra a esporre tutta la sua conoscenza sugli Zygon, senza nemmeno preoccuparsi di controllare se ci fosse effettivamente qualcuno ad ascoltarlo. Per fortuna, il pugile sembrava sempre attento.

Nardole aveva preso in simpatia… a modo suo, il tizio del KGB che li sorvegliava (Bill supponeva fosse del KGB. Insomma, ci sperava TANTISSIMO, perché faceva così film di spionaggio), e passava le serate a giocare a scacchi con lui.
Lei, d’altra parte, aveva tentato di occupare il tempo esplorando la zona… ma si rifiutava categoricamente di tornare al vicino villaggio da quando una contadina gentile ma piuttosto determinata aveva tentato di venderle una capra… e lei non aveva nemmeno potuto far finta di non capire, dannato traduttore universale del TARDIS!

Erano solo le nove di sera, ma Bill era già tentatissima di andare a letto, per poi usare lo smartphone nel segreto della sua stanza, ma un’occhiata in tralice del Dottore l’aveva fatta desistere. Così era rimasta a fissare con sguardo vacuo Nardole che vinceva nuovamente una partita.
Gli anni Ottanta li aveva immaginati diversi.

9° Round
A Bill Adrian era piaciuta da subito. Era concreta, pratica e di poche parole. Ma non era solo questo. In lei convivevano saggezza e una passione forse insita nel suo carattere, forse dovuta alle sue origini italiane. Quando erano andati a prenderla a casa col TARDIS, non aveva battuto ciglio nel vederselo apparire nell’atrio. Così come la sua voce non aveva avuto esitazioni al telefono, quando aveva chiesto un passaggio al Dottore. Aveva stivali adatti al clima russo, una borsa essenziale, ed era entrata senza dire una parola.

Bill non sapeva bene cosa fosse il matrimonio, non a livello pratico. Ci aveva fantasticato – perché era giovane, e romantica, e l’abito bianco un po’ la faceva sognare – una cerimonia all’aperto con una donna bellissima (da un po’ di tempo a quella parte, sembrava assomigliare a Heather), tutti i suoi amici al pranzo di nozze e poi balli e canti fino all’alba… ma appunto, tutte le sue fantasticherie non sembravano superare la fase dei festeggiamenti. Rocky e Adrian erano sposati da nove anni, così le avevano detto. Bill li osservava e provava a capire cosa volesse effettivamente dire, passare tutto quel tempo – tutta la vita – di fianco a una persona. Di certo loro due, abbracciati (lei così ordinata e perfetta, lui sudato e arruffato, così complementari), lo facevano sembrare il lavoro più facile del mondo.

10° Round
Più faceva freddo, meno tutti uscivano di casa. Tutti tranne Rocky, ovviamente, che pareva non percepire le temperature abbassarsi. Correva nella neve, nel mezzo di torrenti semi ghiacciati, si arrampicava, tagliava legna, sollevava massi. Bill non aveva certo la competenza sportiva necessaria, ma non serviva un esperto di boxe per capire che quel tipo di allenamento, seppur rozzo, fosse incredibilmente efficace.
Finalmente, negli ultimi giorni prima dell’incontro, aveva ceduto al clima – e alle insistenze di Adrian – e si era spostato al piano terra della loro baita, in una sorta di fienile scaldato da un camino. Decisione accolta con gioia da tutti, che avevano fatto a gara per aiutare e partecipare alle sessioni di allenamento… un po’ per la noia dei giorni passati, un po’ perché il suo entusiasmo e la sua determinazione erano contagiosi.

Le si era avvicinato mentre era impegnata ad aggiungere legna tra le fiamme.
“Quindi… tu non sei aliena.” Bill era lievemente sorpresa. Non che non avessero mai parlato nelle ultime settimane… ma non le aveva mai porto una domanda così diretta.
“No, io sono inglese! Però vengo dal futuro… beh, rispetto a te! 2017. Già. Ma ricorda che non posso dirti nulla, se no il Dottore-”
“No, no, io… penso che mi scoppierebbe la testa se sapessi qualcosa del futuro! Gli alieni mi bastano e avanzano… il futuro, uno se lo costruisce! Certo, non lo avrei immaginato così, il mio…”
“Con gli alieni?”
“E senza Apollo.” Non aveva saputo cosa rispondere, ma a quanto pare per lui la sua vicinanza era stata sufficiente, perché si era seduto accanto a lei vicino al camino, ed erano rimasti per qualche attimo a fissare le fiamme, in un silenzio solidale.

parte III

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