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Daymare in Blue – di Saki

La luce, mentre esce dalla stazione di Earl’s Court, l’abbaglia prima che possa tirar fuori dalla borsetta gli occhiali da sole.

Si appoggia a quella vecchia cabina e sente la testa martellare d’improvviso, mentre un senso di nostalgia e di rimpianto si mescola alla nausea più forte che abbia mai provato…
Shaun, che stava già per attraversare la strada, si volta a cercarla e torna verso di lei con lo sguardo preoccupato:

– Non stai bene, tesoro?
No, non sta bene. Il dolore è così forte che le gambe non sembrano più reggerla, immagini da incubo si susseguono nella sua mente come diapositive da un proiettore impazzito.
Riesce a fare due passi indietro verso il muro, socchiudendo gli occhi, mentre le braccia di suo marito la sostengono.

– Donna?
Ma non sviene. Non grida. Davanti a lei c’è il blu, quel blu, e dentro di lei quei visi, quelle voci, quelle… cose.

È tutto chiuso e sigillato lì, (nella cabina) ma vuole uscire. Vuole uscire ora.

E poi si spegne, semplicemente scompare, come qualsiasi altra emicrania o déjà vu che ha sperimentato in mezzo secolo.

– Meglio, va meglio, grazie.

Shaun sorride. – Sapevo che il jet lag ti avrebbe fatto brutti scherzi anche al ritorno, vecchietta.
– E perché? – Lui non le crederebbe, ma ha già dimenticato ciò che le è appena successo. La cabina è solo un vecchio monumento della Londra che fu, i lampi di luce quando chiude gli occhi sono solo l’effetto del sole. Non c’è mai stato nulla di inspiegabile, se non la felicità che prova nel tornare a casa con Shaun.

Nulla per cui provare nostalgia.

Il sangue non si è ancora rappreso, sui campi di Trenzalore.


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