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Fear Her, 15 anni dopo!

Qualche anno fa, chiacchierando con altri amici Whovian, ho scoperto che questo episodio non era piaciuto praticamente a nessuno. E sono rimasta stupita perché l’ho sempre considerato uno dei migliori della seconda stagione, considerato che a me la seconda stagione, in retrospettiva, non piace affatto.

Perciò, lo stupore. Mi sono lasciata cullare dalle impressioni che mi erano rimaste della puntata. Di questa bambina spaventata dal ricordo di suo padre, l’uomo che avrebbe dovuto farla sentire al sicuro e invece nella sua immaginazione – oh, la potente immaginazione dei piccoli! – era diventato un mostro. Del ruolo che ha l’amore nella risoluzione finale, l’amore tra madre e figlia espresso attraverso una canzone… quell’amore che non ti protegge solo dal mondo esterno, ma soprattutto dai tuoi stessi traumi, dalla tua parte buia che amplifica se stessa in un urlo interiore. Dei giochi di luce nel rappresentare l’alieno, la meraviglia delicata della sua figura fragile. Okay, mi rendo conto che nessuno di questi ricordi c’entra con il Dottore o con Rose…

C’è anche una curiosità che mi fa amare questa storia: sono stata davvero a Londra nel 2012, ed è stata un’esperienza bellissima.

QUARANTACINQUE MINUTI DOPO…

Sto piangendo, come tutte le altre volte. Sento quella commozione fortissima e impossibile da fermare, istintiva, profonda, e non riesco a trattenermi dal cantare a bassa voce con Chloe e Trish.

Mi commuove anche Rose, alla fine: è fiduciosa, troppo fiduciosa, vorrei gridarle che andrà tutto malissimo e soffrirà da morire. In generale, le persone felici mi fanno paura, perché non si aspettano i guai del futuro. Rose, come succederà a Donna due stagioni dopo, pensa che quella giostra di viaggi e avventure nel TARDIS non finirà mai, quando la fine è in realtà vicinissima.

Avevo dimenticato l’operaio del Comune, e beh, qualche motivo c’era per cancellarlo dalla memoria. Devo dire che le sue battute non sono sempre il massimo, in certe scene è una macchietta ridicola e in altre una figura decisamente positiva (soprattutto nel tenere testa ai cittadini addolorati e sospettosi).

Vi dirò un’ultima cosa che mi ha colpita di questa storia. Io non riesco a separare l’alieno da Chloe. Anche senza questa possessione, non fatico ad immaginare questa bambina bramare ferocemente l’affetto dei suoi coetanei, isolarsi, dissociarsi dalla realtà. L’alieno ha scelto Chloe perché era sola come lui. E insieme si comportano proprio come fanno molte persone sole e traumatizzate: cercano compagnia e certezze negli altri, con una frustrazione crescente. Un vuoto che non sembra riempirsi mai. Sono quelle persone che ti chiedono sempre “disturbo?” e “mi vuoi ancora bene?”, ma nessuna rassicurazione basta. A volte, trovare una famiglia – non per forza di sangue – li aiuta a costruire la stabilità che li riporta in pace con loro stessi. Altre volte, hanno bisogno anche dell’aiuto di un dottore, con la d minuscola.

Prego che in ognuno di loro si accenda una fiamma abbastanza forte perché possano spiccare il volo. O una canzone che faccia sbocciare in loro il sorriso e mandi via gli incubi per sempre.

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