IT TAKES YOU AWAY, recensione di Dalek Oba

Guardando questo episodio, molti elementi mi sono piaciuti al punto da emozionarmi fino a stringermi lo stomaco. Un paio di altre cose, invece, mi hanno fatta terribilmente arrabbiare (un po’ di meno alla seconda visione. Dopo la terza dovrei stare bene). Per cui… come posso scrivere una recensione vagamente equilibrata, partendo da premesse del genere? Semplice, non posso. Per cui la dividerò in tre. Partirò dal brutto (secondo me), proseguirò col bello (sempre secondo me) e… terminerò con la mia classica appendice delle note sparse, che sperò risulterà folle ma amichevole quanto una rana su una sedia.

 

IL BRUTTO.

It Takes You Away mi ha entusiasmata a livelli cosmici fino al minuto 30 (sì, ho controllato), in cui parte lo spiegone sul Solitract. Ora, di solito i momenti in cui la trama si ferma e il Dottore spiega e chiarisce la situazione non mi danno mai particolarmente fastidio, ma questo mi è sembrato eccessivo.
Eccessivamente lungo, tale da spezzare l’ottimo ritmo dell’episodio, un po’ come trovare un semaforo rosso dopo un’onda verde. Eccessivamente “spiegato”, come se in fase di sceneggiatura si fossero accorti che avevano solo più dieci minuti scarsi per concludere il tutto e che quindi non ci fosse il tempo materiale per mostrare la soluzione del mistero nella storia in sé, e che l’unica soluzione fosse raccontarla. Infine, eccessivamente preciso. Il Dottore risale al Solitract – storia della buonanotte sentita chissà quanti secoli prima – attraverso indizi veramente vaghi, e ci azzecca al primo colpo. Era necessario ai fini della sceneggiatura, ma poco credibile. Personalmente, preferisco quando il Dottore non è infallibile e sbaglia più volte prima di arrivare alla soluzione (vedi The God Complex, o il più recente The Woman Who Fell to Earth).

Secondo elemento che mi ha fatta arrabbiare, ovvero le persone create dal Solitract per trattenere gli “ospiti”. Perché a Yaz e al Dottore non appare nessuno? Certo, potremmo facilmente presumere che si materializzino solo persone per cui si sta soffrendo in modo particolare, o che sono mancate recentemente… ma la spiegazione non convince del tutto. Dagli episodi passati sappiamo che Yaz ha perso un nonno (anche se non sappiamo quando), e per quanto riguarda il Dottore… beh. Poco prima di rigenerarsi ha dovuto dire addio a Bill, Nardole e Missy, solo per citare le perdite più recenti. Sinceramente mi sarei aspettata che comparisse qualcuno anche a lei, o che almeno ci pensasse, o ci fossero dei riferimenti. Mi è sembrato che la decisione categorica di non mostrare in questa stagione vecchi personaggi abbia prevalso su quella che poteva essere una scelta sensata di sceneggiatura.

 

IL BELLO.

Ma quanto è geniale, emozionante e struggente l’idea di un Universo senziente che vuole solo diventare nostro amico? Un elemento che è stato forzatamente allontanato, per permettere al resto di esistere, ma che nel tempo non si è mai arreso alla speranza di ritornare. Il Solitract alla fine è davvero solo un povero bimbo con la varicella che vorrebbe giocare con gli altri, ma deve stare isolato per non far ammalare tutti. Ci vuole talmente bene che alla fine capisce che non si può avvicinare, e si accontenta del fatto che il Dottore sarà sua amica per sempre, anche se a distanza. Senza contare che la scelta di raffigurarlo come una rana con la voce di Grace è geniale. Il Solitract conosce poco del nostro mondo, e di quel poco sceglie le cose che gli sono piaciute di più, e ne assume le sembianze.

Il tema dell’episodio è già stato usato un po’ ovunque, da Inception allo Specchio dei Desideri di Harry Potter, ma è il modo in cui viene mostrato a fare la differenza. Si parte da un elemento tipico dell’horror – casa isolata + mostro – che nel corso di 40 minuti si trasforma in tutt’altro. Porte e finestre sprangate non servono a tenere lontano il mostro che c’è là fuori, bensì a non far uscire i mostri che vivono dentro di noi. I mostri della tristezza, della disperazione, della rabbia, della lontananza; emozioni che ci devastano al punto perdere il senso della realtà e mettere in pericolo chi avevamo giurato di proteggere.

Purtroppo Ryan ha ragione. Purtroppo a volte i padri se ne vanno. Però a volte, nel caso della piccola Hanne, tornano sui loro passi, e comprendono gli errori commessi. Altre volte, invece, sono i nonni a prendersi cura di te, e a non lasciarti. Ho apprezzato che Ryan chiami finalmente “nonno” Graham non durante o in seguito a un evento particolarmente drammatico o improvviso, bensì al termine di un percorso di crescita personale. Ed è stato un momento adorabile!

 

NOTE SPARSE

– Da piccola mi piacevano le falene, le trovavo carine. Poi una notte, al mare dai nonni, ne ho trovata una GIGANTESCA sullo specchio del bagno. Davvero, quella bestiaccia popola ancora i miei incubi. Da quel momento non mi sono più piaciute.

– Anche io, come Graham, mi porto sempre del cibo in borsa “perché non si sa mai” …anche se preferisco la frutta secca ai sottaceti. Quindi, se mai rimaneste bloccati in una baita norvegese con me, spero che vi piacciano gli anacardi.

– Mi piacciono le rane. No, è riduttivo. Io AMO le rane. Colleziono rane. Per cui il fatto che un intero Universo senziente prenda la forma di una rana è semplicemente meraviglioso.

– Vorrei tornare un attimo alla scena finale tra Ryan e Graham. Anche io ho una nonna adottiva, con cui ho un bellissimo rapporto, per cui il legame tra i due companion, e l’evoluzione dello stesso, mi ha sempre toccato in modo particolare. E ovviamente mi sono emozionata a sentire chiamare “Grandad” Graham.