THE TSURANGA CONUNDRUM, recensione di Six

Uh. Beh, la settimana scorsa c’era una puntata in meno di Doctor Who e questa una in più. Non saprei esattamente che cos’altro dire. Non era noiosa. Non era entusiasmante. C’è un problema, il Dottore ci pensa, trova una soluzione, conto alla rovescia, fine.

Ho guardato un paio di riassunti delle puntate precedenti di Chibnall, quelle fatte prima di diventare showrunner e, essenzialmente, dove non risplendeva, era perché era stato messo a fare una puntata che doveva essere fatta con determinati criteri, come se fosse un compito a casa, mentre le altre volte non era malvagio. Niente a che vedere con gli scambi di battute di Russell, o il malvagio genio di Moffat (nelle singole puntate, come showrunner se ne può discutere), né con la solidità di Gaiman o di Whithouse. Chibnall è pane. Ti riempie lo stomaco, ma non sa di molto. Se hai molta fame, è la cosa su cui vai sul sicuro, ma odieresti una dieta fatta solo di pane.

Allora perché in metà stagione abbiamo solo sceneggiature sue?! Escludendo Rosa che è nata a quattro mani, ogni puntata sembra dover essere scritta di suo pugno e questo pesa un sacco sulla serie. Chibnall ha dei punti di forza, che infatti risplendono in questa puntata, i personaggi forse hanno finalmente uno spiraglio per respirare e mostrare chi sono al di là di battutine. Che mi porta a tirare delle somme, perché siamo a metà stagione:

Ryan è tutto sommato ok, ha dei problemi familiari, il suo mondo girava attorno alla nonna e ora è combattuto tra il rifiuto di una figura estranea come Graham e il dovercela fare da solo, ma ha un carattere fiero, sebbene non sia pieno di sé come ci si potrebbe aspettare e lo usa per far fronte alla propria situazione e alla propria sindrome;

Graham è quello che ha avuto più spazio nelle puntate precedenti e si è stabilito come il primo a discutere con il Dottore, con un insieme di battute e un accenno di codardia che pare essersi lasciato alle spalle per il desiderio costante di creare un legame con Ryan, se non per quanto riguarda la vita quotidiana che presenta parecchi drammi dal quale è lieto di cogliere l’aiuto del Dottore per evadere;

Yaz è… uhm. È. Non si può dire niente di male su di lei, ma non è facile dire qualcosa su di lei in assoluto. Specie in questa puntata pare delinearsi come voce della ragione, ma è stata la cosa di un attimo, non ancora assodata. Francamente, io mi aspettavo avrebbe potuto giocare sul proprio essere una poliziotta, mettere in discussione il Dottore quando vuole infrangere le regole e avere un’etica rigida che viene messa in discussione, ma no, è sempre un insipido mix di quello che serve al momento, sia gentilezza o nervi saldi. Potrebbe essere un mio limite nel leggere il personaggio, ma ci tornerò;

Il Dottore mi convince come Dottore, non pesa il suo nuovo sesso, resta brillante e pronta all’azione, ma il personaggio comincia a patire di perfezione; certo in questa puntata sembra troppo risoluta e dà l’idea di essere davvero tanto attaccata al TARDIS e al sonico e non esulta all’idea di restare sola, ma in confronto ai difetti dei Dottori precedenti, pare essere cosa di poco conto, è sia efficiente che sensibile, brillante e umana e, non fraintendetemi, sono contento di non vedere l’ennesimo Dottore caratterizzato come variazione di Sherlock, ma mi risulta difficile relazionarmici; credo che avrebbero dovuto seguire di più la falsa riga del settimo dottore che non peccava di Hybris come i precedenti, divenendo così “perfetto”, ma fingeva di non esserlo per insegnare qualcosa ai companion; spero che la serie offrirà seri momenti di crisi per metterla alla prova e mostrare chi sia davvero, anche perché fino alla puntata scorsa sosteneva di stare capendo chi fosse e, a due quinti della prima stagione, è già tardi per farlo.

Ora siamo a metà stagione. Salvo Rosa, nessuna puntata è stata memorabile e questa non fa eccezione. Non naufraga nel tedio di The Ghost Monument, né si risolve alla fine solo parzialmente come Arachnids in the UK, ma vive in questo limbo di momenti interessanti e trama sempliciotta.

Andiamo a quello che la puntata fa bene: i personaggi. Al pari di The Woman Who Fell to Earth, The Tsuranga Conondrum presenta una carrellata di personaggi, dà loro due tre pennellate e sei a bordo per i loro piccoli viaggi in sessanta minuti e funziona. Funzionerebbe meglio se guardassi Doctor Who per le interazioni tra personaggi secondari, mentre sono qui per la fantascienza e l’avventura, ma capisco che per molti sia questa la parte importante.

La fantascienza. Ascoltate, io apprezzo questi piccoli barlumi di vera scienza, come un ragno non possa essere enorme, come funziona un acceleratore di particelle, ma se volete farli bene serve un consulente scientifico, che manca. Le cose non possono funzionare solo a metà, il ragno non può morire lentamente e l’acceleratore non può produrre energia dal nulla. Se il Dottore avesse aggiunto “e crea isotopi pesanti di idrogeno con cui si alimenta a fusione” okay, ci sta, ma con l’antimateria non ci azzecca niente. Magari un giorno scopriremo che invece c’entra tutto, ma se si glissa su questa ipotetica connessione, tanto vale buttare lì parole a caso. Ottimisticamente, se spingesse qualche ragazzino a googlare antimateria o acceleratore di particelle, però, potrebbe effettivamente valerne la pena, però.

Torniamo ai personaggi: ho sparlato di Yaz. Mi dispiace, vorrei che mi piacesse, ma il suo carattere, ammesso che esista, non viene certo servito confezionato, dovrei indagare sulle sue battute e linguaggio del corpo e questo vale in parte anche per gli altri personaggi, ma non è una cosa che puoi fare alla prima visione. E qui sta il grosso problema di questa prima metà dell’undicesima stagione: non ho alcuna voglia di farne una seconda. Anche se il punto più basso è stato The Ghost Monument, le puntate restano un miscuglio insipido messo lì a lievitare. La speranza è che i punti meno convincenti delle storie, come diceva il Brig la settimana scorsa, siano messi lì a creare una trama orizzontale ben fatta, come ai tempi del Silenzio, dove c’erano sempre easter eggs che offrivano un valore aggiunto al rewatch, ma non mi pare che sia così. La serie 11 è molto bella a vedersi, c’è una fotografia e una regia validissima, ma non sono qui per questo. Sono qui per le storie. Sono qui per una bambina che aspetta seduta su una valigia e si convince che il Dottore era solo un amico immaginario, finché non crea un virus con un cellulare per salvare l’umanità da occhi giganti e un mutaforma fuorilegge, per una stazione spaziale che orbita attorno a un buco nero che tiene in trappola Satana, per ospedali durante la guerra dove tutti i pazienti si sono fusi con maschere antigas e cercano la mamma, per statue che ti attaccano se non le guardi, pianeti con orde di cybermen dormienti, distopie futuristiche da far crollare, per segreti del Dottore, per misteri dell’universo, per biblioteche invase da microorganismi divora uomini, non per personaggi che sono destinato a dimenticarmi che hanno una semi interessante relazione che si svolge nel corso di un’ora.

C’è un’ora in più di Doctor Who, rispetto alla scorsa settimana. C’è un’ora in meno prima del finale di stagione. E spero che le prossime cinque mi tengano incollato allo schermo o che abbiano storie. Cioè, sto rimpiangendo l’ottava stagione, Chibnall! Fai scrivere qualcun altro o almeno fatti suggerire spunti! Copia brutalmente dalla Big Finish! Dammi qualcosa, ti giuro che voglio che mi piaccia, ma mi sembra che ti chiedo un libro e continui a mostrarmi quadri!

Lo scopo di queste recensioni senza spoiler è dire se l’episodio merita o meno di essere visto. È Doctor Who, certo che merita di essere visto, se non altro per farsene un’opinione, ma volete la verità? Se avete qualsiasi altra cosa di meglio da fare, datele la precedenza. Guardatevi Lilo e Stitch, uscite a giocare, fate il 730! Perché questa stagione, per ora, è tutta un filler e solo una puntata su cinque, Rosa, meritava davvero. Non sono contento di sparlare di Doctor Who, mi fa male, è la mia serie, il mio fandom e mi sbatto per organizzare eventi, ma questo è quello che provo. Vi auguro che non sia altrettanto per voi.