A Good Man Goes to War – 10 anni dopo

A Good Man Goes to War è uno di quegli episodi storici di Doctor Who, e non parliamo solo dell’età. Oggi compie 10 anni, certo, ma la sua importanza è parsa lapalissiana fin da subito.
A livello di trama orizzontale, vediamo finalmente chiarire alcune delle domande pressanti rimaste in sospeso fin dalle stagioni precedenti – il Silenzio, River Song- ma non è solo questo: agmgtw (perdonatemi, è un titolo infinito) è letteralmente una dichiarazione di intenti e della poetica della serie, o perlomeno delle stagioni di Steven Moffat. Ma ne parleremo dopo.

Sull’episodio in sé, temo di avere diverse lacune, per cui un rewatch è d’obbligo. Ricordo un’atmosfera molto dark, nonché alcune delle scene più horror che la serie ha da offrire. Ricordo molti momenti “statici”, colmi di dialogo, eppure so di per certo che è un episodio pregno d’azione. Cosa si è persa per strada la mia memoria? Scopriamolo!

48.46 (almeno così dice Prime) minuti dopo.

Che dire… ribadisco quanto scritto sopra. Ma all’ennesima potenza. Agmgtw è davvero la summa di tutto ciò che Doctor Who rappresenta per Steven Moffat – probabilmente anche per Matt Smith, che qui recita in maniera chirurgica – un concentrato di tutto ciò che la sua mente ha assorbito dal 1963 in poi, rielaborato e concentrato per spiegare in un’ora scarsa cosa rappresenti per l’Universo tutto quell’uomo pazzo con la cabina. E lo spiega non con un trattato, o una conferenza, bensì con un episodio dalla trama semplicissima (e lo ritengo un pregio), dall’azione costante ma paradossalmente relegata sullo sfondo, e ricolmo di dialoghi che sanno colpire dove fa più male.

Il Dottore non è un uomo buono, ed è proprio per questo che ha moltissime regole… la prima delle quali mette addirittura una pietra sopra alla sua sincerità. Non è buono perché non può permettersi di esserlo, non sempre, perché lui è l’uomo che sconfigge i mostri e non è un lavoro strabordante di bontà. Non è sempre un uomo buono, eppure a noi va bene così, l’importante è che si sforzi di esserlo (ma qui scivoliamo nella filosofia capaldiana).
Il problema nasce quando il suo potere, tutta la sua fama, la sua grandezza e la leggenda che si porta dietro vengono più temute che ammirate. O muori da eroe o diventi il cattivo, per parafrasare da un altro tizio che combatteva i mostri ma non era proprio questo simbolo di bontà.  Da questo nasce il Silenzio, da chiunque abbia mai visto una cabina blu nel cielo e abbia desiderato abbatterla, anziché salirci sopra.

Eppure, la grandezza del Dottore non gli ha portato solo nemici, ma anche una quantità gigantesca di alleati, tutte persone a cui lui si avvicina per chiedere indietro un favore, ma che in realtà lo avrebbero aiutato comunque. Facciamo così conoscenza con la Paternoster Gang, e con Lorna Bucket, una delle tante, tantissime, potenziali companion che non sono mai state, e per cui ci rimane fino alla fine il dubbio che in effetti il Dottore non si ricordi nemmeno di lei.

Il Dottore non è un uomo buono, dicevamo, ed è per questo che il peso del titolo ricade tutto sulle spalle togate di Rory, che si trova a vestire nuovamente i panni dell’Ultimo Centurione, guerriero leggendario dietro cui in realtà c’è solo un giovane infermiere che rivuole indietro la sua famiglia.
Ma il momento più terribile è quando ci accorgiamo che tutto questo, tutta questa schiera di eroi, antieroi, donne e uomini più o meno buoni, non bastano di fronte a chi ha fatto di paura e ignoranza cieca le proprie armi. È una nota di pessimismo insolita in Doctor Who, che tuttavia viene spazzata via da un deus ex machina: River. Arriva alla fine, ma solo per farci capire che in realtà lei era lì fin dall’inizio, tutto la riguarda e il grande mistero che la circonda in realtà gira tutto intorno a un errore di traduzione: l’unica acqua nella Foresta è il Fiume. E non è un caso quindi che il momento di comprensione tra lei e il Dottore sia fatto solo di sguardi; quando le parole creano confusione, ci si riconosce guardandosi negli occhi.

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