“Lucky Day” è un incubo reale. L’incubo di una ragazza che si innamora di un uomo, impara a fidarsi di lui, e poi scopre non solo di non essere ricambiata, ma di essere stata circuita con disprezzo e puro calcolo. L’incubo di una donna che ha lavorato anni, decenni, insieme ai suoi collaboratori – e suo padre prima di lei – per proteggere il pianeta, e vede tutto ciò che hanno costruito sgretolarsi in poco tempo a causa di una campagna virale di odio e bugie.
Ma questa storia è anche la storia di meravigliosi artisti spinti all’estremo gesto da etichette come “portasfiga” – e ciò ben prima che esistessero Internet e i social media; di politici onesti (lo so, sembra un ossimoro) falsamente accusati dai loro rivali corrotti, di imprenditori entusiasti affossati dall’invidia dei concorrenti. In “Lucky Day” la vittima designata è la UNIT, baluardo dell’umanità contro le minacce aliene, ma potrebbe essere chiunque.
Conrad è un villain che non ha bisogno di poteri ultraterreni o tecnologia futuristica per rappresentare una minaccia concreta. Come Roger ap Gwilliam di “73 Yards”, il suo potere nasce dalla capacità e volontà di manipolare gli altri, nonché da un’assoluta mancanza di scrupoli morali. Ma rispetto ad un Roger o ad un Jack Robertson, di lui abbiamo una finestra sul passato. Lo stupore del bambino che incontrò il Dottore si involve e diventa frustrazione, incredulità, disgusto. Un odio da condividere con il resto del mondo, una menzogna che ripete per primo a se stesso. Lui non accetta la realtà, o meglio, sceglie di non accettarla, come dice al Dottore. E quindi ne inventa una parallela in cui vivere e far vivere i suoi follower, incurante delle ripercussioni.
Ruby, dal canto suo, in questo episodio mostra tutte le sfaccettature possibili. Vediamo anche lei nel passato, elettrizzata dal suo incontro con i Beatles, in una scena di incredibile complicità con il Dottore. Nel presente, mentre ancora sta ricostruendo la sua vita dopo i viaggi nel TARDIS, con la sua famiglia e una nuova relazione, traumi che tornano a galla. E poi, alla fine di tutto, passata la “tempesta”, se ne rende conto: “Sono rimasta in un limbo, in attesa del Dottore, della fine del mondo. E non so come fare per stare meglio”. Invece lo sa. Ha bisogno di restare sola, di comprendere e accettare tutto ciò che le è accaduto, “il bello e il brutto”, con i suoi tempi e i suoi modi. Forse si è persa, ma non è spezzata. Ricordo un’altra companion che lasciò così il TARDIS, colma di orrore, bisognosa di pace: Tegan, in “Resurrection of the Daleks”. Eppure l’abbiamo rivista in “The Power of the Doctor” più agguerrita e coraggiosa che mai.
E Kate? Faccia a faccia con il nemico, risponde ad ogni viscida provocazione, fino a spalancare la cella dello Shreek – la feroce realtà che Conrad vuole negare. Persino il suo fedele colonnello, a mente lucida, le dirà “siamo andati oltre”, ma lei, noi lo sappiamo, è stata sul punto di fare molto peggio pur di salvare il futuro dell’umanità. Far esplodere Londra, per esempio, o distruggere tutti gli Zygon. L’unica differenza è che questa volta non c’è stato il Dottore a fermarla, e questo lo ammette candidamente.
Ognuno degli attori ha dato il meglio di sé, e la sceneggiatura di McTighe non ha le sbavature retoriche di altri episodi. Impreziosisce il tutto il rimando nostalgico a “Rose” (il magazzino con i manichini!) e una regia efficace.
Ma quindi “Lucky Day” è l’episodio perfetto? Non c’è proprio nulla che mi sia sembrato stonato o mi abbia dato fastidio?
Ecco, una cosina ci sarebbe. In un’intervista letta poco prima che la puntata uscisse, il regista Peter Hoar allude a un omaggio al serial “The Daemons” – una delle avventure più note del Terzo Dottore in cui la UNIT deve tenere a bada le malefatte del Maestro in un paesino di campagna. Già mentre Ruby e Conrad erano in viaggio, ho iniziato ad avere il batticuore, sperando che avessero davvero girato delle scene nella location originale. E da molte inquadrature, avrei giurato che lo fosse; persino gli Shreek, quello vero e quelli finti, assumono pose simili a quelle del “simpatico” gargoyle Bok. Non trovando però conferme, ho fatto ulteriori ricerche e… purtroppo si tratta di un luogo differente, come al solito in Galles. La delusione è stata cocente, ma l’atmosfera è stata ricreata talmente ad arte che va bene anche così.
Un altro paio di chicche prima di chiudere: uno, Kate dice a Ruby che Mel è a Sydney perché sta succedendo qualcosa di strano al porto: il che ci ricorda l’imminente uscita dello spin-off “The War Between the Land and the Sea”, scritto da Davies e dallo stesso McTighe.
Due, quando il Dottore dice a Conrad “soffochi la nostra energia”, la parola che usa in originale è “bandwidth” (larghezza di banda) – una misura per i dati Internet trasportati da una connessione. Una frase d’impatto e coerente con il mezzo usato da Conrad per diffondere le sue bugie. Questa è raffinatezza, amici Whovians.
– Saki




