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THE PILOT, recensione di Six

In prima battuta, l’episodio si chiama “Il Pilota”: più avanti nella puntata scopriremo che il termine si riferisce a un pilota letterale, ma è anche il nome con cui vengono chiamate le prime puntate delle nuove serie, gli episodi che non sanno se avranno mai un seguito. Questo doppio senso acquista nuovo significato ascoltando la lezione del Dottore, subito dopo i titoli di testa, a cui il Dottore attribuisce un significato diverso da quello a cui siamo abituati a “Time And Relative Dimension In Space”, spiegando come il tempo non sia che un fenomeno soggettivo per chi lo guarda, il modo in cui si districa la nostra vita. La duplicità di significato promette di essere un tema chiave, ma staremo a vedere. Bill è senza ombra di dubbio una ventata di freschezza, soprattutto dopo 4 anni senza un vero e proprio companion nuovo, vista l’egemonia di Clara Oswald. La premessa non è troppo originale, è una ragazza che “sorride di fronte a cose che non conosce”, curiosa e “Dio, sì” al punto di seguire l’affascinante Heather alla Pozzanghera. Questo il vero e proprio “nemico” della puntata che, in pieno spirito “capaldiano”, più che un nemico si rivela un incompreso, una navicella aliena che cerca un pilota che voglia scappare via. Malignamente è stata un’accozzaglia di villain passati, sibilante come gli Ice Warriors, simile, aberrazioni osmotiche a parte, all’acqua di Marte, con un motif analogo al TARDIS del Silenzio de “L’Inquilino” e ripetente come la creatura di Midnight. Teoricamente la sua capacità di viaggiare in tutto il tempo e lo spazio – e di essere sopravvissuta senza battere ciglio al fuoco dalek – potrebbe dare un filo comune a quasi tutti gli elementi citati sopra, ma sono più propenso a credere che resterà tutto in secondo piano. Quello su cui indagheranno di sicuro è, invece, che cosa sia il Vault. La mia idea? Un ingresso alla Matrix. Tanti cerchi in Doctor Who significa Gallifrey.

Proprio a proposito dei viaggi in tempo e spazio ci troviamo di fronte a uno dei migliori “sketch del più grande all’interno” mai realizzati, in cui, invece che trovare il TARDIS semplicemente più grande all’esterno, o – più raramente – più piccolo all’esterno, Bill è convinta che sia l’ingresso a un’altra stanza e che funga da ascensore nella facoltà, realizzando solo in un secondo momento la verità e finalmente pronunciando la frase preferita di ogni whovian – dopo “exterminate”, in alcuni casi – . Già succede sempre più di rado – 4 anni, Moffat! 4 anni!!! – almeno ce lo possiamo gustare con il crescendo necessario.

Ma proprio a proposito di “exterminate”, niente dice “bentornati a Doctor Who” come le manzotin di Skaro, che vediamo impegnate in un conflitto preso pari pari dalla serie classica, contro i Movellans di “Destiny of The Daleks”. Niente, ancora una volta Moffat decide di usare i Dalek come suppellettile per far capire che un villain è pericoloso.

Il finale di puntata si articola in un crescendo di feels, prima con una rivelazione sulle motivazioni della Pozzanghera, poi quando Moffat si esibisce in una delle sue mosse alla Pixar: quando Bill chiede al Dottore come si sentirebbe se fosse lui a perdere la memoria, piazza un Murray Gold a farti il tema di Clara sotto la cintura. E niente, brividi.

La puntata si articola come uno dei migliori inizi di stagione di sempre, ponendo diversi temi espliciti, come la pozzanghera, Bill e il Vault e alcuni più occultati, come perché il Dottore, che non vuole esplicitamente una companion, senta il bisogno di prendere un discepolo. Certo, niente di non spiegabile, come viene effettivamente fatto, con un “perché no?”, ma la puntata sembra troppo profonda per una risposta tanto superficiale.

Voto: 4 cammelli dorati e un dromedario

E poi arrivi al teaser e ti esplode il cervello: oltre al Dottore che rigenera (l’avevate già fatto il giro scorso il troll, non potete farlo due volte di fila, anche se quasi ci spero), ai cybermen di Mondas (ti prego, un bell’episodio sui cybermen!) e ad altri ritorni, a pochi frame di distanza troviamo sia Missy che Saxon, un modo di Moffat di promettere un inedito “multimaestro”, mai visto prima. Sperando che non si risolva con un “tot anni prima” trenta secondi dopo l’attacco di “I Want to Break Free”. Certe cose me le lego al dito, Steven.