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THE EATERS OF LIGHT, recensione di Saki

Non c’è niente da fare, pare che Bill Potts si sia abbonata ai buchi nel terreno e alle relative contusioni, ma anche che viaggiare continui ad aprirle la mente in modi che non credeva possibile: ha scoperto che esistono alieni blu e mostrarsene troppo stupiti può suonare razzista, viceversa non si può pretendere di essere presa sul serio come donna poliziotto nel diciannovesimo secolo (ma se qualcuno esagera nell’insultarti, il Dottore è pronto a tirargli uno sganassone!), e in epoca romana essere attratti da un solo genere, come lei, è considerato accettabile anche se… poco moderno!
Il diverso scorrere del tempo dall’altro lato del portale inter-dimensionale mi ha riportato alla mente dolci e tristi ricordi su Madame de Pompadour, mentre sia il Dottore che Bill ci ricordano che il coraggio non è assenza di paura, ricalcando una delle più belle citazioni del Terzo Dottore e continuando un discorso già affrontato nella scorsa puntata, che dall’era Pertwee ha pescato a piene mani e anche con qualche rete a strascico.

Il Dottore, dall’alto dei suoi millenni, di default vede quasi tutti come bambini inesperti e impulsivi, ma questa volta si trova davvero di fronte una ragazza giovanissima con una responsabilità enorme sulle spalle (come Lucius tra i suoi commilitoni). Il sarcasmo, l’apparente disprezzo – nei suoi dialoghi con Kar, Capaldi sembra tornato a rivestire i panni di Malcolm Tucker – nascondono il suo desiderio di aiutare a qualsiasi costo, farsi carico di quel peso in sua vece.
Eppure no, non spetta a lui sacrificarsi, e come in The Lie of the Land i suoi companion lo fermano in tempo: la realtà deve diventare leggenda davanti ai suoi occhi, come per l’eruzione a Pompei, la Rivoluzione Francese o la guerra di Troia. Ciò che restava della Nona Legione, insieme alla coraggiosa Kar, echeggerà fino ai nostri giorni in un ricordo vivo: la stupenda musica che pare scaturire dalle pietre (e che strappa una lacrima persino a Missy) e il verso gracchiante del corvo – che proprio come il nostro Dottore sembra tenere il broncio, ma in realtà è custode di antiche memorie…

La scena in cui Bill si rende conto che il TARDIS è in grado di tradurre simultaneamente le diverse lingue (con il labiale, nientemeno!) sembra un pretesto comico fine a se stesso, ma più avanti è proprio la matrice di traduzione a compiere il “miracolo”, permettendo a Romani e Pitti di dialogare e mettere da parte le ostilità reciproche. Sembra che qualcosa di simile stia accadendo anche tra il Dottore e Missy, con la differenza che i due Signori del Tempo parlano davvero la stessa lingua, hanno un passato in comune e sappiamo che il Dottore, pur non cedendo alle lusinghe e agli inganni di Missy, non ha perso la speranza di recuperare il loro legame mai davvero spezzato. Di certo considera anche lei con quella cauta tenerezza riservata ai “bambini” che commettono o sono sul punto di commettere terribili errori: Rose in Father’s Day, Clara in Dark Water, Kate e Bonnie in The Zygon Inversion. Nessuno è imperdonabile, sembra suggerirci. Anche se con la Famiglia del Sangue un pochino di rancore gli era rimasto, che dite?