SLEEP NO MORE – 10 ANNI DOPO
Ci sono episodi di Doctor Who che cercano di spaventarti con mostri, altri con idee. Sleep No More prova a farlo con entrambi. E, nel farlo, si trasforma in uno degli esperimenti più strani, disturbanti e divisivi dell’era del Dodicesimo Dottore.
L’episodio si apre senza sigla, sostituita da caratteri tremolanti e inquietanti: subito capisci che qualcosa non va, che stai per guardare qualcosa che non dovrebbe esistere. La voce narrante è quella dello scienziato Rassmussen – interpretato da Reece Shearsmith, che i fan ricorderanno anche per la sua interpretazione del Secondo Dottore nel film An Adventure in Space and Time – ed è lui a guidarci in un “log”, un diario di bordo che ricorda da vicino Alien: una stazione apparentemente abbandonata, un equipaggio scomparso, e un pericolo nascosto nell’ombra.
Tutto l’episodio è costruito come found footage. Le immagini provengono dagli elmetti dei soldati, da telecamere di servizio, da fonti impossibili. E in mezzo a tutto questo, ci sono il Dottore e Clara, completamente estranei al dispositivo narrativo: non stanno raccontando una storia, sono intrusi dentro una storia già raccontata da qualcun altro. Il risultato è straniante, volutamente caotico, sempre più disturbante man mano che scopri che gli “uomini di sabbia” – i Sandmen – sono letteralmente formati dalla privazione del sonno, da ciò che si accumula negli angoli degli occhi. Un’infezione che, in un twist geniale e meta-narrativo, si diffonde proprio attraverso l’episodio stesso che stiamo guardando.
È forse questa l’idea più brillante di tutta la puntata: l’orrore non è nella creatura, ma nel mezzo che la veicola. Un episodio che ti infetta guardandolo. Un concetto alla Ring, ma declinato in chiave sci-fi, con una trovata finale che spezza la quarta parete in modo sorprendente.
Eppure, nonostante l’inventiva e il coraggio formale, Sleep No More rimane un episodio difficile da ricordare con entusiasmo. Una bella sperimentazione, sì, con un’atmosfera cupa e un uso intelligente del linguaggio televisivo. Ma nel complesso, la storia scorre via senza lasciare il segno emotivo o narrativo delle puntate più riuscite. È più interessante come esercizio ”i stile che come racconto.
Voto: 6,5/10 – un esperimento affascinante, inquietante, ma alla fine più curioso che davvero incisivo.
E ora… non tutti i mostri strisciano nell’ombra: alcuni volano, e quando ti trovano, ti chiedono un prezzo.
La prossima settimana parlerò di Face the Raven, uno degli episodi più tragici e importanti dell’era Capaldi.
Restate sintonizzati.
~Five



