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The Right World: Angel, part 2 – di Six

parte 1

Divorato dalla curiosità, alla visita seguente andai all’edificio ai margini del bosco. Non aveva un cortile, solo un grosso portone che dava direttamente sulla strada. Provai a suonare, ma non sentendo nemmeno un rumore in
lontananza spinsi il portone, che si aprì strusciando contro al pavimento. Una donna annoiata stava seduta a una scrivania a guardare una telenovela su un piccolo televisore. Le dissi che ero venuto a trovare Susan, inventando di sana pianta e lei sollevò svogliatamente una mano dinoccolata, con cui indicò la porta sulla destra. Dava sul cortile interno che aveva un’aria estremamente desolata, con piante ormai secche e rampicanti sulle mura interne, sull’altalena che aveva perso le catene da tempo e sullo scivolo che il tempo e la ruggine avevano reso impraticabile per chiunque non avesse fatto l’antitetanica. Lo attraversai per dirigermi all’ingresso dal lato opposto: da qui partiva un corridoio, intercalato da porte numerate. Non volendo proprio accostare un orecchio, mi limitai a poggiare il palmo contro una di queste e ad ascoltare. Sentivo una specie di rantolo regolare che mi metteva i brividi, ma mi decisi a entrare.

Nella stanza quattro letti, avvolti da un fetore nauseabondo. Il rantolo proveniva da una donna molto vecchia, che tentava inutilmente di raddrizzarsi e raggiungere un bicchiere d’acqua. Accorsi ad aiutarla, facendola mettere a sedere e passandole il calice, che prese con entrambe le mani prima di sorseggiare il liquido con molta attenzione. Ero estraniato e non sapevo cosa dire alla signora. Improvvisamente i suoi occhi allungati si animarono di nuova luce e allungò un braccio, facendo quasi cadere il bicchiere che strinsi al volo. Dopo averlo poggiato nuovamente sul comodino, seguii l’indicazione della donna, vedendo all’altezza del suo ginocchio un pezzo di carta da parati. La toccai con un dito e la guardai, come per chiederle il permesso. Quella annuì senza distogliere lo sguardo, seguendo il movimento che facevo, strappando la carta dal muro, finché non rivelai una mano impressa con pittura blu. Una mano molto più piccola della mia, come di un bambino. Tremando per lo sforzo, la donna si allungò verso di me, gesto che mi fece sussultare e ritrarre, ma mi resi conto che fosse molto più interessata alla mano dipinta. Allungandosi lentamente, con un’espressione quasi di dolore, la donna riuscì infine a posare la propria mano sul disegno, per poi sorridermi con una nota di trionfo negli occhi a mandorla che intravedevo tra le fronde di capelli grigi e ricci. L’anziana si lasciò cadere sdraiata, come se avesse perso i sensi per lo sforzo.

Un pensiero si fece strada nella mia testa: perché mai c’è un’altalena, nel cortile di una casa di riposo?! Fissai la donna per cui provavo tanta pena, quando improvvisamente notai che i suoi occhi a mandorla erano gli stessi, uguali identici, della nostra ospite della visita precedente! L’orribile sensazione che stesse succedendo qualcosa di totalmente sbagliato mi pervase, al punto che scattai in piedi, sentendo un corvo gracchiare fuori dalla finestra. Nel mio gesto avventato, urtai un altro letto, facendo cadere qualcosa appoggiato sopra di esso. Era un orsacchiotto di peluche, caduto dal giaciglio di un uomo magrissimo e quasi completamente calvo, addormentato su un fianco.
Una sola, atroce certezza emerse nella mia coscienza: se non me ne fossi andato immediatamente, non l’avrei fatto mai più! Cercando di non fare rumore, uscii di nuovo in corridoio e richiusi la porta alle mie spalle, sentendomi in colpa come se stessi uccidendo qualcuno. A metà del cortile sentii un suono orribile, il pianto in lontananza di una voce roca, cui se ne aggiunsero molte altre. Pur avendo il timbro di persone anziane, avevano la costanza e l’allarme dei pianti di bambini. Raggiunsi il portone che stavo praticamente correndo e persi almeno un anno di vita rivelando mia zia Lily, in mia attesa oltre la soglia.

«Sei tornato a trovarci! Hai portato tuo figlio?» Cercai di deglutire, tenendo lo sguardo su di lei, troppo terrorizzato per sbattere anche solo un ciglio. «Io non ho figli, zia». Il suo sorriso si allargò sotto quegli occhi che ora mi rendevo conto essere colmi di disperazione e piantati fissi alle mie spalle. Mi girai e vidi una statua, identica alla statua del cimitero – ma era lì quando ero entrato?! – con la sola differenza che le mani erano abbassate a livello delle spalle e sul suo volto era scolpito un lungo e largo sorriso, così simile a quello di zia Lily. «Oh, ne avrai. Portali, quando li avrai! I bambini sono la cosa più importante!»

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