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The Right World: Angel, part 1 – di Six

Non mi sono mai piaciuti gli zii di Morden. Avevano un’aria sempre pallida e strane espressioni. Come quando qualcuno sorride nel modo più caloroso possibile, ma noti all’improvviso qualcosa di diverso nei suoi occhi e il cervello prende tempo per decidere se sei in pericolo oppure no, se è lo sguardo di un predatore o di qualcuno che chiede aiuto. È ancora più complicato, dal momento che i loro occhi sono incavati dentro a orbite così profonde che, giuro, potresti appoggiarci una moneta. Ironico, dal momento che è l’ultima cosa che voglio fare. Non ne vado fiero, ma mi trovo a doverli visitare spesso nella speranza che mi diano dei soldi. È cominciata quando avevo quindici anni, la prima volta che mia madre mi ha portato con sé a conoscerli. «Sei abbastanza grande per conoscere i tuoi zii» aveva detto con un tono che non avevo saputo decifrare. In ogni caso, andavo da loro e mi davano dei soldi. Prima degli studi universitari era utile per potersi permettere un biglietto del cinema in più, ma con il passare del tempo è diventata quasi un’esigenza. Ok, niente quasi: sono bravo con il pennello, ma è una dimestichezza che ho preso con anni e pratica, senza avere il minimo talento; quindi, se proprio qualcuno vuole un ritrattista – ed è già una rarità che succeda – si rivolge a qualcun altro.

Disegno vignette comiche per un piccolo giornale, ma è un lavoro part-time e me la cavo appena. Così, la prima volta che devo andare dal dentista o devo rifare le gomme al motorino, mi ritrovo senza un penny e sono costretto a tornare dagli zii di Morden, che mi sorridono in quel modo inquietante e mi passano quanto mi serve. Lo so che non è bello, che la famiglia è importante, ma la verità è che se potessi non solo non li vedrei mai, mi trasferirei dall’altra parte del pianeta. O magari su Marte, visto che ci hanno trovato l’acqua!

La peggiore di tutti era zia Lily, che insisteva sempre per fare lunghe passeggiate nel bosco. Era ogni volta un’esperienza inquietante, di quelle che ti segnano per la vita, che rivedi dietro le palpebre quando stai cercando di addormentarti. Tanto per cominciare, la zia iniziava a non avere l’età per camminare tanto e si avvinghiava al mio braccio con unghie taglienti come rasoi. Poi cominciava a parlarmi di quanto fosse importante che trovassi una compagna e mettessi su famiglia. «I bambini sono la cosa più importante!» diceva. Ogni volta ero tentato di risponderle «O cominciamo a guadagnare qualcosa in più, o a me e Bradley non faranno mai adottare!» per vedere se scoprire della mia omosessualità le avrebbe fatto venire un infarto. Avrebbe potuto essere una bella idea, ma non ero sicuro che mi avrebbero messo nell’eredità.

Sì, non pretendo di essere considerato una brava persona, fatemi causa! Comunque non erano solo i discorsi a farmi venire crisi esistenziali, ma lo stesso percorso, che passava dallo stradone vicino a una casa di riposo, per poi prendere un sentiero e andare fino al piccolo cimitero, un posto quasi segreto nascosto tra le fronde dei pini. Da quel poco che so, non è nemmeno logico avere pini attorno a un cimitero: le loro radici tendono ad andare molto in profondità ed entrare nelle tombe. Mi metteva addosso un senso di angoscia, ma dovevo tenere duro, perché duecento sterline potevano fare la differenza tra potersi permettere o meno il riscaldamento, il prossimo inverno! La parte peggiore, però, era arrivare al cimitero, perché ero sempre testimone di una scena assurda. Zia Lily metteva mano alla borsetta e ne tirava fuori una fotografia. Ogni volta era di una donna o di un bambino, la fissava per un attimo e poi mi mollava il braccio, facendomi un cenno di non muovermi e sussurrandomi, senza guardarmi, di non distogliere gli occhi dal “Guardiano”.

Avanzava verso al centro del cimitero e posava la foto ai piedi dell’unica statua, un imponente angelo scolpito nel marmo, raffigurato con le mani a conca poste sugli occhi, come se stesse piangendo. Zia Lily lo chiamava “il Guardiano di Morden” e insisteva sempre che bisognava tenere lo sguardo su di lui, così in cambio lo avrebbe tenuto su di noi. «Guardalo, guardalo fisso, non chiudere nemmeno gli occhi, quando siamo qui!» diceva. E io facevo come chiedeva, sperando avrebbe contribuito alla ricompensa che mi avrebbe dato.

Anche non volendo, era comunque difficile non guardare la statua, così diversa da tutto il resto. Le lapidi erano di un grigio scuro, quasi antracite, segnate tanto dal passare del tempo che le lettere a stento si distinguevano; invece l’angelo sembrava essere stato scolpito il giorno prima, ogni piega e rientranza della lunga tunica finemente dettagliata come il solco tra le dita, ogni singola piuma lavorata con tanta precisione che avrebbe potuto tranquillamente prendere il volo in ogni istante – pensiero che, per qualche motivo, mi serrava il petto come in una morsa. Lentamente mia zia si raddrizzava e tornava verso di me, camminando all’indietro, come se volesse continuare a fissare fino all’ultimo la statua, persino a costo di inciampare. Smetteva di fissarla solo quando diventava impossibile, al riparo dei pini.

Una volta siamo tornati a casa per l’ora del tè e abbiamo trovato degli ospiti. Lui era un omaccione con capelli ricci, con le mani robuste di chi lavora nei campi, lei una donna con lunghi capelli corvini e occhi leggermente a mandorla. Nonostante questo, entrambi avevano una strana aria addosso,
esitando sempre prima di guardare negli occhi i miei zii, come se li intimorissero: eppure sono piuttosto sicuro che lui avrebbe potuto tirarli su con una mano sola e usarli come battipanni! Improvvisamente mi si accese una lampadina nel cervello e mi resi conto che avevo visto la foto della donna tre mesi prima, a una delle visite al cimitero. Ricordavo distintamente che aveva il pancione nella fotografia, così chiesi, raggiante:
«Come sta il bambino?» A quella domanda la conversazione ammutolì all’improvviso in un silenzio congelato. «Ti devi confondere, ragazzo,» lo spezzò l’omaccione «noi non abbiamo figli.» Il silenzio ritornò, mentre i due fissavano il centrino sul tavolo. In cerca di qualcosa da dire me ne uscii con
«È un peccato, zia Lily dice che i bambini sono la cosa più importante!» A quelle parole i miei zii eruppero in una risata forte e acuta. Quasi abbastanza forte da coprire il tintinnio che fece la tazza della donna toccando il piattino con la mano tremante. Quando i due ci salutarono, li accompagnai alla porta; era anche una scusa per allontanarmi un istante dai miei zii. In lontananza vidi una piccola processione e commentai: «Oh. Deve essere mancato qualcuno alla casa di riposo.» La donna mi guardò con aria smarrita e rispose: «Quella non è una casa di riposo!» Il marito la afferrò forte per un braccio – doveva fare male! – e la tirò via balbettando qualcosa sul fatto che stava facendo il turno di notte ed era un po’ stranita.

parte 2

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