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THE DOCTOR FALLS, recensione di Six

Al solito, il non detto è sempre interessante: chi ha parcheggiato l’astronave davanti al buco nero? La storia non suggerisce, esplicitamente, che sia stato il Maestro, quanto che si sia approfittato della situazione. Ma la decima stagione, di qui leggete con l’adorabile stridula e pavida voce di Alpha Centauri, vuole riallacciare i ponti con la serie classica, che l’era di RTD ha così brutalmente fatto a pezzi: suggerisco, infatti, che sia stato uno stesso scienziato mondasiano a inviare la spedizione, per cercare di guadagnare tempo per il pianeta e la sua popolazione, che stava andando incontro al gelo siderale. Un manipolo di Cybermen mondasiani, completata la tecnologia da Bill in poi, può essere tornato al nostro pianeta gemello e aver diffuso la “cura”, da cui Mondas, Telos e gli altri. L’evoluzione dei Cybermen può essere dovuta a ricontatti successivi o indipendente. Fatta questa premessa, possiamo dare inizio alla recensione.

“Moffat non può più rimediare a una stagione piatta come questa, da “The Lie of the Land” in poi, dicevo, non importa quanto sia bello il finale”.  Invece ha messo una toppa a questa stagione e persino all’ottava, valorizzando la nona in un modo che cercherò di spiegare a breve. Come Deadpool dimostra in un fumetto non in continuity, usare la “Retcon-gun” è una grossa responsabilità, ma Stewie ha saputo farlo come si deve. Se non l’avessimo conosciuto ai tempi del Silenzio, quando in “Vampires of Venice” era solo silenzio letterale, eppure già ammiccava alla spirale di eventi che sono stati Pandorica, Crepa nell’Universo, Chiesa del Silenzio e Ritorno di Gallifrey, non potremmo credere che sia stato tutto quanto calcolato da dopo l’addio dei Ponds, eppure credo che sia così e, addirittura, ma lo sapremo solo a Natale, forse lo scopo era mostrare con quale abilità sia in grado di usare l’arma in questione, dando spessore a eventi grigi e colore a eventi bidimensionali. Tutto questo lasciando il loro spazio a geni della penna come Neil Gaiman e modo di farsi le ossa nella serie al prossimo showrunner, Chris “Broadchurch” Chibnall.

L’ultima puntata di Doctor Who è una storia raccontata da tre punti di vista principali, più quello dei Cybermen, che ho dovuto riassumere in apertura e quello di Nardole, che pare trovare coerenza nella magnificenza dell’episodio con una sola frase, spiegandoci come, sì, sia cominciato unicamente come gretto individuo e sia finito, dietro le quinte, a diventare “più forte” del Dottore stesso. Non farò riassunto, non c’è tempo per un riassunto, se vi serve più tempo andate vicino a un buco nero.

È la storia di Missy, il Maestro alla sua ultima vita, divisa tra bene e male, comparsa con un piano tanto malvagio quanto insensato: mettere Clara nella vita del Dottore, mettergli accanto una companion che lo portasse oltre l’ultima sua vita, che lo spingesse tanto oltre al limite da arrivare a considerare di bruciare le stelle con lei. Una Missy combattuta tra il Dottore e la sua vita passata, il Maestro, vestito non a caso in modo diametralmente opposto al Dottore (risvolti rossi al bavero invece che al fondo del cappotto, camicia chiusa senza cravatta, ma scura) e che parafrasa Bob Kelso di fronte ai monologhi toccanti del Dottore (John, sul serio, sappiamo quanto ti sia costato tornare a fare i panni del Maestro e grazie di averne fatti tre in uno, con un’interpretazione che vuole riportare in scena tanto Saxon , quanto i Maestri di Delgado e Ainley: tanto di cappello!). Il cambio di atteggiamento del personaggio viene interpretato abilmente da Michelle Gomez, che mette da parte la frenesia malefica dell’ottava stagione e i ghigni manipolatori della nona per mostrare, invece, sentimenti onesti. Nel corso della puntata alterna tra le due parti, trovando forse il modo per salvare tutti, forse per scappare via e, di fronte al Dottore che le dice che non è quella la cosa importante, uccide il vecchio se stesso per assicurarsi che rigeneri in sé, ma viene uccisa a sua volta e muore sola, senza nessuno che la veda.

Senza speranza, senza ricompensa, senza testimoni, cosa resta?

Lo scopo. Tutti muoiono, tu morirai e non sai dove sarai. Mentre il Dottore resta dove resta e dove resta è dove cadrà. E la redenzione forse è inarrivabile, ma, per cercare di raggiungerla si intrappola in un calvario infinito che rende l’intera saga del dodicesimo, dall’arrivo di Clara in avanti, un paradosso di predeterminazione (concetto cui hanno infatti dedicato un intero episodio doppio a spiegare) in cui il Maestro rigenererà, consapevole solo di volere il Dottore di nuovo dalla sua e di dover usare i Cybermen per riuscirci: sa che il Dottore proverà a salvarla. E non ci riuscirà, ma, sul serio, grazie di averci provato.

È la storia di Bill, che, temprata dal regime psichico dei Monaci, saga che acquista uno scopo, altrimenti destinata al dimenticatoio, non cede al controllo della rete neurale Cybermen, ma si aggrappa ai propri sentimenti, alla propria immagine di sé: si è allenata per anni a costruirne una di sua madre, con cui prendere una tazza di tè, ora è essa stessa nient’altro che un essere immaginario. E il suo Dottore crede in lei, crede che, finché può ancora piangere, non possa ancora essere del tutto Cyberman. Finché ci sono lacrime, c’è speranza. E, dopo la massiccia esplosione, tra le ceneri, trova la sua ancora di salvezza, tutto ciò che la manteneva umana, nient’altro che carne morta. Una Pearl Mackie che, forte dell’esperienza teatrale, singhiozza in cerca di lacrime che non arrivano più, vero emblema della, letterale, disperazione.

Senza ricompensa, senza testimoni, senza speranza, cosa resta?

L’amore. Perché la morsa che le stringe il cervello cancella il dolore e il cuore che la tiene in vita non può più provare sentimenti. Ma l’amore non è un sentimento: l’amore è una promessa.

“Prometti di non andartene?” “Promesso!”

E Heather mantiene quanto detto, come Danny prima di lei. Oltre il tempo e lo spazio, il Pilota arriva dalla sua amata e la libera dalla prigione della materia, rendendola essere di pura energia, come lei. Prima di partire alla volta di “sempre”, con cura, riportano il Dottore a bordo del suo TARDIS, dove Bill, come saluto, parafrasa l’addio del Terzo Dottore a Sarah Jane, con un “A tear, Sarah Jane? Don’t you know, where there’s life there’s (hope)” che diventa solo “where there’s tears, there’s hope”. E quindi partono insieme, ma, stavolta, sarà Bill a guidare.

È la storia del Dottore. Un uomo buono. Un uomo crudele. Un generale. L’ibrido, il Time Lord Victorious, destinato a dominare il tempo e a incombere sulle rovine di Gallifrey. Quello che ti salverà la vita di cui spenderai la maggior parte a chiederti da dove fosse venuto e chi fosse.

Un idiota, con una cabina e un cacciavite. Un uomo che ora sa, che tutto finisce ed è triste, ma è anche bellissimo e che ha scelto una faccia per ricordarsi di cosa davvero importi: non vincere, lui perderà tutte le battaglie che deve, ma è stanco di perdere persone. Che sa che, se fa quello che fa sempre, del suo meglio, forse, qualcuno sopravvivrà invece di morire, magari pochi, magari non a lungo, ma è la cosa giusta da fare. Un piccolo atto di gentilezza, senza usare persone come cavie o carne da cannone per fermare una Mummia, senza sfidare il Tempo stesso creando anomalie come Ashildr. Anche se non avrà nulla in cambio.

Senza testimoni, senza speranza, senza ricompensa, cosa resta, dunque?

Un messaggio. Deviato, passato alla storia per qualcosa di diverso da quello che era. Raccontato da diverse bocche non in sincrono che ripetono “Dottore”, “Dottore”, “Dottore” (come nella rigenerazione del Quinto), raccontato con diverse facce, tra Sontaran che deviano il corso della vita umana (prima frase del Quarto, in crisi rigenerativa), e “non voglio andare” e “quando il Dottore ero io” e una serie di no (ultime parole del Secondo, ormai non più un caso), in un telefono senza fili che perde di significato, in cui non puoi più tenere il conto di chi sei, chi sei stato, chi diamine potresti mai essere ancora (non Eddie Redmayne)?!

“Non voglio vivere, se non posso essere me stessa, lo capisci?”

“Sì”

Ma quel messaggio risuona ancora, anche se fuori dal suo contesto, anche se, da allora, ci sono state ansie, ci sono stati rimpianti e, oh, sì, ci sono state lacrime, ancora riecheggia:

“Un giorno, ritornerò. Sì, ritornerò.”

Voto: il Dromedario. No, non un dromedario, il Dromedario. Quello originario, si potrebbe dire.

Grazie, Steven Moffat.

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