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SEASON 10, recensione di Six

Doctor Who, Series 10: Where there are tears, recensione di Six

Nella serie 8 abbiamo scoperto un piano di Missy tanto poco d’impatto che hanno dovuto mostrarci diversi doposcena per cercare di porre la nostra attenzione su quella trama orizzontale, in modo decisamente meno naturale che nelle passate stagioni; per il resto, i primi 8 episodi erano incentrati sulla moralità del Dottore, i seguenti due volevano porre l’accento sul personaggio di Clara (come se l’intera stagione non lo facesse abbastanza di suo!) e gli ultimi due presentano il masterplan, con la rivelazione che Missy è il Maestro.

La serie 9 ha mostrato un tentativo di allontanarsi dal format della trama orizzontale, da molti criticato, per abbracciare un ritorno al classico “doppia puntata sempre”. Solo 4 episodi su 12 si salvano da questa scelta anacronistica, che ha dato un senso di dimezzare il contenuto delle storie; unico accenno a una trama orizzontale è la storia dell’ibrido, che viene infine usato come metafora per la coppia Clara-Dottore. Proprio per Clara, questa stagione diventa di accanimento terapeutico, infilandola a forza in un terzo arco narrativo che la vede degenerare; in difesa di questa scelta, lo sviluppo del personaggio è esso stesso metafora della sua strumentalizzazione: se Clara degenera “reinventandosi” una volta di troppo, come companion “scavezzacollo” e autodistruttiva, in parallelo il suo ruolo diventa superfluo e forzato e la sua fine annunciata in ogni modo. Però, ehi, il Dottore suona la chitarra, adesso!

Questo ci porta all’ultima stagione di Moffat, la serie 10: lo showrunner, messo su un piedistallo dalla BBC, si ritrova a dover chiudere una stagione cercando di far vedere ai fan che Doctor Who può essere ancora buono, dopo scelte discutibili. Com’è giusto che sia, la serie non sembra vivere con una spada di Damocle sopra la testa, ma, almeno in un primo momento, fare scelte nuove e indipendenti. In primo luogo Bill si rivela una companion straordinaria, non sopra le righe come Clara e, incredibilmente, il primo personaggio femminile che nutre un salutare rispetto verso il Dottore, invece di osannarlo come il messia; è inoltre un personaggio incredibilmente “meta”, portando al Dottore una serie di quesiti tipici dei fan, come “Time Lord è un titolo o il nome della razza?” o “se hai due cuori, hai una pressione sanguigna elevatissima?”, a cui però gli sceneggiatori non rispondono mai onestamente, facendo presente che sanno che abbiamo quelle domande, ma possiamo garbatamente tenerle per noi. Sigh.

Bill non è l’unica companion del Dottore nella stagione: Nardole, forzato nel ruolo nello speciale di Natale, diventa sempre più organico alle storie, riaffermando il TARDIS Trio come modello stabile. Attraverso gli innumerevoli sforzi di Matt Lucas, il personaggio diventa decisamente apprezzabile, nonostante una partenza fiacca.

Nella prima metà la serie regge molto bene, presentando come unica puntata non di spicco Knock Knock, mentre le altre eccellono in alcuni campi, come lo spazio alla recitazione dei protagonisti in Thin Ice, il dramma e l’hard sci-fi di Oxygen e di Smile e l’immaginazione di The Pilot e di Extremis.

Un’altra particolarità della serie è l’autocelebrazione, tutt’altro che nuova, ma portata avanti con metodi innovativi. Infatti, può essere solo una mia lettura, ma sono convinto che ci sia un tentativo di legare ogni puntata a un’era particolare del Dottore:

-The Pilot vede il Dottore con atteggiamenti indecisi e compassionevoli del Quinto, il cui cacciavite viene usato da Nardole;

-Smile riprende la trama di Happiness Patrol del Settimo, dove chi è triste viene condannato a morte;

-Thin Ice parafrasa un intero discorso famoso del Sesto, insieme ad alcuni atteggiamenti tipici della dualità del personaggio;

-In Knock Knock il Dottore viene forzatamente chiamato “nonno” da Bill, accennando all’era del Primo;

-Oxygen rivisita il tema centrale di The Sun Makers, insieme a mostrare il Dottore con lo yoyo del Quarto;

-Extremis comincia con il Maestro condannato a morte e con il Dottore che lo porta sulla Terra, esattamente come il film dell’Ottavo;

-The Pyramid at The End of the World ripercorre alcuni topoi del Terzo, come l’amore del Dottore per la scienza, l’incoraggiamento a perseguirla, vede il Dottore guidare un gruppo militare e l’intera faccenda orbita attorno a un incidente di laboratorio come Inferno, per dirne una;

-The Lie of the Land ricalca la situazione di The Sounds of Drums, in cui l’umanità è controllata telepaticamente tramite una serie di ripetitori, con Dottore e compagnia fuggiaschi e una rigenerazione che mantiene la faccia (stavolta unicamente un trucco), proprio come nell’era del Decimo;

-Empress of Mars mostra paralleli quasi forzati con Tomb of The Cybermen, con l’alveare degli Ice Warriors che è identico a quello di Telos, omaggio all’era del Secondo, in cui Gatiss vuole mostrarci la connessione tra i marziani bellicosi di Troughton e la loro evoluzione civile nell’era di Pertwee;

-The Eaters of Light ricalca The Pandorica Opens, finendo con guerrieri romani rimasti per millenni alla guardia di un portale sotto a un cerchio di rocce, esattamente come nell’era dell’Undicesimo;

-World Enough and Time è il chiodo alla bara della faccenda, in cui Moffat ripropone alcune scene prese di peso da The Empty Child, ma in chiave Cyberman;

-Inaspettatamente The Doctor Falls propone un’inquadratura del trio Dottore e Maestri simmetrica a quella del cinquantesimo, con armi soniche (o laser in un caso) puntate e pronte a far fuoco, volendo inserire persino il Dottore di John Hurt nella sua unica apparizione.

Se questo è un progetto ambizioso, non è una scusante per il riutilizzo massiccio di alcune trame, che diventano al più rivisitazioni delle precedenti; ogni puntata o quasi può essere vista come una variazione sul tema di una passata e, troppo spesso, della nuova serie, mostrando una mancanza di originalità; è anche vero che, se questo esiste davvero, è un fenomeno che avviene sottopelle e non ostacola scelte coraggiose, come quella di rendere il Dottore cieco, sviluppo scioccante che dura circa 30 secondi netti!

Parliamo di questo: il Dottore perde la vista in Oxygen, sacrificandosi per la companion, tema dell’eroe martire che da sempre affascina il mondo occidentale e non può mai sbagliare completamente: inoltre è nuovo. Può non sembrare molto, ma fare qualcosa di letteralmente nuovo è rarissimo nella serie: l’unico personaggio a restare accecato in 50 anni è Leela, companion del Quarto Dottore (guardate l’elenco sopra), ma la cosa dura pochi minuti con l’unico effetto duraturo di cambiarle il colore degli occhi (permettendo così all’attrice di non dover portare più lenti a contatto). Questo sviluppo diventa mitigato dall’utilizzo degli occhiali sonici, che comunque pongono limitazioni, dal fatto che la puntata successiva si svolge in una realtà virtuale e viene del tutto annullato dalla tecnologia dei Monaci, che scambiano la vista del Dottore con la conquista della Terra, che viene però annullata a sua volta senza ulteriori conseguenze, riportandoci anticlimaticamente allo status quo.

Proprio la trilogia dei Monaci segna lo spartiacque nella qualità della stagione: se fino a Extremis ci sono state scelte nuove, coraggiose e storie autoconclusive interessanti, dopo aver introdotto i Monaci e la situazione, Moffat abbandona come un ladro nella notte la trilogia in mano ad altri sceneggiatori, che pensano bene di chiuderla copiando e incollando The Ring of Akhaten: come già detto, per quanto non bello, riadattare vecchie trame non è necessariamente un crimine contro natura (la serie ha 54 anni, dopotutto), ma in due puntate viene svelato il prigioniero del Vault, la madre di Bill assume la propria importanza narrativa, il Dottore riacquista la vista e i Monaci fuggono senza lasciare cicatrici di sorta, sparando cartucce una dopo l’altra con l’effetto infantile di un teppistello che fa esplodere petardi in un tombino.

Agli spettatori viene quindi chiesto di resistere ad altri due episodi insipidi, Empress e Eaters, in cui ci viene spiegata la redenzione di Missy in modo poco naturale, ma non hanno alcun valore proprio, mostrando trame sciatte in cui l’intervento dei personaggi non conta molto, con sviluppi portati avanti da cast secondario di cui poco o nulla conosciamo, cosa che implica arbitrarietà alle loro scelte (come seguire la regina di Marte o sacrificarsi in vece del Dottore). Sempre su Eaters of Light, consiglio di fare una riunione per discutere di cosa faccia o non faccia il traduttore del TARDIS, perché siete incoerenti.

In quella condizione, dopo 3 flop di fila, un mese in cui l’unica emozione che Doctor Who ha regalato è stata la vocina di Alpha Centauri, la serie sembrava condannata a salutare Moffat in modo glaciale e attendere l’arrivo di Chibnall con le solite aspettative inflazionate che sono ormai un’abitudine.

E invece Moffat prende e fa quello che sa fare meglio, oltre trollare la rigenerazione del Dottore: ci terrorizza. World Enough and Time è un episodio che, da solo, vale una stagione. La trama è interessante, i fans gongolano al ritorno di Simm, viene introdotto il primo vero e proprio episodio multi-Master, ma tutto questo è niente in confronto ai Cybermen. Se Nightmare in Silver proponeva i Cybermen come una minaccia analoga ai Dalek, qui ci viene fatto pesare che cosa sia effettivamente un Cyberman: accanimento terapeutico (non come quello di Clara). I proto-Cybermen sono l’incubo che volevamo e non sapevamo di volere.

L’intera doppia puntata è coerente con la storia dei Cybermen, la conversione di Bill e il suo ricongiungimento con Heather sono toccanti, la battaglia per l’anima di Missy tra Saxon e Dottore è un buon modo di chiudere la faccenda, così come la conclusione che, sì, il Maestro può essere buono, ma non possiamo far sì che vada avanti così com’è perché ucciderebbe la serie (si finirebbe ad avere, virtualmente, due Dottori).

Ok, affrontiamo la realtà: l’ultima puntata è buona. E, in sé e per sé, non è niente di più; sembra straordinaria a confronto con gli ultimi finali di stagione a differenza dei quali, per una volta, non delude, né rimanda l’inflazionatissima aspettativa che Moffat eccelle nel creare. Le implicazioni della puntata, invece, sono molteplici, come dare un necessario retroscena al folle piano di Missy dell’ottava stagione, una risposta (spero) definitiva alla morale del Dottore (né troppo buono, né troppo cattivo, solo quello che fa una cosa “gentile”), che è coerente con la scelta improvvisa di non volersi più rigenerare, dato che sono tre stagioni che si barcamena a trovare una quadra al proprio ruolo nell’universo. Persino la tremenda trilogia dei Monaci assume un significato, allenando mentalmente Bill a resistere all’assimilazione (che è un termine Borg, ma il motif è nostro, trekkie, e possiamo prendere a piene mani da quello che ci fate voi). Scavando più a fondo, sappiamo che quello in cui si sono incastrati Missy e Saxon è un paradosso di predeterminazione che conosciamo perché il Dottore ha perso tempo a spiegarci con un’elaborata parabola su Beethoven, guardando direttamente in camera, come se persino la stagione 9 avesse un senso in un piano più completo.

Insomma, non so dire quanto stia giudicando Moffat con gli occhi dell’amore, ma, se non era tutto pianificato dall’inizio, almeno a grandi linee, riesce sempre a dare l’illusione che lo sia stato. Lasciandosi come unico compito quello di convincere il Dottore a rigenerarsi e, perché no?, chiudere qualche altra falla, se non altro con il proprio finale la decima stagione riesce a tenere la barca della serie a galla quanto basta per dare il comando a un nuovo capitano.

Complessivamente non ha senso essere troppo entusiasti, né troppo severi con la stagione: è piena di puntate godibili di per sé, il finale di stagione ha ottenuto grandi risultati, la rigenerazione del Dottore è inflazionata come non lo è mai stata prima e l’episodio di Natale promette ascolti record. Moffat può ora andarsene in pace a fare scempio di altri classici britannici come Dracula e non giudicate male le mie parole: tutto si può dire di Moffat, ma non che abbia paura di sporcarsi le mani. Da Jekyll a Sherlock a Doctor Who, ha dato una propria visione delle cose che non piacerà a tutti, ma è sua ed è unica. Avrei fatto altre scelte, moltissime completamente diverse, ma, per vostra fortuna, non sono io al timone della nave.

Stewie, facci un bel regalo di Natale e passa il comando a Chris, che siamo curiosi di vedere come se la cava lui, tra la bonaccia e i cavalloni della più longeva saga di fantascienza mai realizzata.

Voto complessivo: sette cammelli dorati, e un Dromedario che proprio non vuole andarsene senza dire la sua l’ultima volta.

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