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SEASON 10, recensione di Brig

La decima stagione. La trentasettesima, contando la serie classica. Cinquantaquattro anni di storia. E l’ultima di uno degli showrunner più amati, odiati, contestati, osannati di sempre, Steven Moffat. Giusto per non sentire il peso della responsabilità.
Moffat ha supervisionato sei stagioni, ormai. Le prime tre avevano una struttura orizzontale complessa e che proseguiva negli anni. C’è chi la ama e chi la odia, ma non si può negare che sia notevole.

Poi è arrivata l’ottava stagione. Deludente. Faccio fatica a ricordare gli episodi. I pochi che mi ricordo è perché non mi sono piaciuti (eccetto “Listen” che era un ottimo episodio). Ma il punto peggiore è stato il doppio episodio finale. Uno dei peggiori di sempre. Banale, confuso, inappagante. Tutta la trama orizzontale era su chi fosse Missy. Era il Maestro. Fine. Con un piano che definire inconcludente era poco.
Va bene, capita. Peccato, ma ci rifaremo. Sicuramente il Dottore di Capaldi meritava.
Arriva finalmente la nona stagione. Episodi (quasi tutti) doppi, solidi, alcuni notevoli. Peccato solo che i primi fossero i migliori e che la stagione vada leggermente calando (tranne il picco, altissimo, di “Heaven Sent”). Difetto minore, sia chiaro. Potevano giusto gestirla un poco meglio, ma è l’unico appunto che mi sento di fare. Forse anche che mancava una trama orizzontale degna di questo nome, ma era comunque voluto.
Ed eccoci alla decima. Forse nella nona stagione Capaldi ha avuto giustizia, ma Moffat non del tutto.

Nella decima ci ha dato un’adorabile Bill, per poi usarla come carne da macello, Nardole elevato da sporadico comic relief a companion fisso. Mi sono piaciuti.
La trama orizzontale, in breve, riguarda Missy.
Alla ricerca di accettazione da parte del Dottore. Anche attraverso la redenzione. Ma sappiamo che non può andare a buon fine. Il Maestro non può diventare buono, per ragioni narrative. A questo punto avremmo due Dottori. E non possono farne un eroe tormentato da un passato violento che cerca redenzione usando però metodi violenti. Un antieroe che veste di pelle nera e sfiora la linea di demarcazione tra bene e male. Non sono più gli anni Novanta, insomma!
La buona scrittura sta proprio nel farci credere fino all’ultimo che la sua redenzione sia possibile, nonostante sia chiaro che fallirà. Dicono che “Romeo e Giulietta” sia un capolavoro proprio perché, pur sapendo che finisce male, si spera sempre fino all’ultimo che ce la possano fare. E se Shakespeare non è un buon scrittore, non so proprio chi lo sia.
Moffat in questo riesce. Missy si redime (forse, forse no, anche lei è combattuta), ma non si sfugge a se stessi. Letteralmente.

Va bene, funziona. Ma come arriviamo a questo? Attraverso la trama del Vault. Interessante, buoni spunti. Promesse da mantenere, millenni di guardia, onore e fedeltà. Che vengono abbandonate nel nulla. Togliamo il Vault e la stagione non cambia.
Poi la trilogia dei Monaci. Se volete vedere cosa ne pensiamo rileggete le recensioni. Occasione sprecata.
Poi gli ultimi due episodi. Di nuovo, c’è tutto nelle recensioni specifiche.
Forse il finale giustifica retroattivamente il piano debole dell’ottava stagione, forse lo vogliamo vedere noi per salvare una stagione deludente.
Forse abbiamo l’evoluzione del dodicesimo Dottore attraverso tre stagioni. Finalmente capisce chi è e deve morire. Di questo parleremo meglio a Natale. Vedremo se sarà un’evoluzione appagante.

Sapevamo fin dall’inizio che con questa stagione Capaldi ci avrebbe lasciato. Sarebbe stato bello guardarla senza questa consapevolezza. L’avremmo gustata diversamente? Mi piace poterlo credere. Ricordo quando vidi la prima stagione. Non sapevo che Eccleston si sarebbe rigenerato così presto, è stato bello e doloroso. Ma era il 2005, io ero più ingenuo e il mondo non era così multimediale. Pensate che YouTube era appena nato e Facebook aveva un anno e una frazione infinitesimale degli iscritti di oggi. Per dire come è cambiato il nostro modo di vedere le serie (del resto della nostra vita non parlo, qui).
Dicevo, sapevamo già della rigenerazione e Moffat ce l’ha fatta sospirare, ci ha ingannato. Più volte. Lo sta ancora facendo.
Il problema, come dicevo prima, è il sapere già della rigenerazione. Ogni parola di Capaldi nell’ultima puntata sembra essere l’ultima. Ci aspettiamo in ogni momento che rigeneri. “Speravo ci fossero le stelle” è la frase finale perfetta. E ancora non muore. Ma quello era il momento, dai!
Moffat ha trovato il modo di ribaltare il colpo di scena. Se sai che il Dottore muore, allora non te lo fa morire. Neanche dopo le sue, ovvie, ultime parole.
Vedremo se sarà “Chapeau” o “Cavolo, Moff, l’hai tirata troppo, stavolta!”
A Natale!

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